La Creazione di Adamo: tra storia dell’arte, mito e filosofia

Fra tutte le fasce della volta della Cappella Sistina, quella che probabilmente attira e ha sempre attirato di più l’attenzione dei visitatori è la quarta, quella che Michelangelo dedicò alla Creazione di Adamo. In questa fascia, Michelangelo raffigura Adamo disteso su un pendio erboso, mentre il Signore, scortato dalla corte angelica, si avvicina alla terra e protende la mano verso Adamo. Come in quasi tutte le opere pittoriche di Michelangelo, lo sfondo riveste un ruolo talmente marginale che, nella Creazione di Adamo, si compone solamente di una fascia di terra e del cielo, nel quale il Signore e gli angeli si stanno spostando. Il centro narrativo della scena è senza dubbio l’avvicinamento delle mani del Signore e di Adamo; ancora una volta, il fulcro dell’arte michelangiolesca rimane l’Uomo in tutte le sue forme e dunque il vero protagonista della scena, più che Adamo in sé, è il contatto tra l’Uomo e il divino.

Oltre alla descrizione strettamente artistica dell’opera, in questa sede è interessante analizzare una delle interpretazioni che sono state avanzate nel corso degli anni sulla Creazione di Adamo: nel 1990, infatti, il neurologo statunitense Frank Lynn Meshberger, pubblicò sulla rivista “Journal of American Medical Association” uno studio che egli aveva condotto sulla quarta fascia della Cappella Sistina. Secondo le sue ricerche, il mantello e la corte angelica che circondano la figura del Signore corrisponderebbe alla sezione trasversale di un cervello umano. A seguito di accurate ricerche e confronti tra l’anatomia umana e l’opera di Michelangelo, si è notata una reale spiccata somiglianza tra il cervello umano e la raffigurazione michelangiolesca: molte, dunque, sono state le ipotesi riguardanti i motivi che avrebbero spinto Michelangelo a scegliere questo tipo di raffigurazione e le possibili implicazioni teoriche di tale scelta.

Se la presunta preferenza di Michelangelo per una forma che assomigliasse ad un cervello umano fosse confermata, si potrebbe ragionevolmente affermare che l’artista non avesse che da scegliere tra i molteplici stimoli che lo circondavano e che la sua scelta sarebbe potuta essere “pilotata” dalle sue molte conoscenze in ambito letterario-filosofico. Durante il suo soggiorno fiorentino presso la famiglia dei Medici, infatti, Michelangelo ebbe l’opportunità di entrare in contatto con grandi pensatori del suo tempo, quali Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. I filosofi di cui Lorenzo il Magnifico si circondava provenivano tutti dalla scuola rinascimentale neo-platonica, che collocava proprio nel cervello il centro del pensiero e della coordinazione delle azioni umane. Coadiuvato dal punto di vista tecnico dai suoi brevi studi di sezionamento dei cadaveri, per comprendere e riprodurre al meglio l’anatomia umana, Michelangelo avrebbe potuto ispirarsi alle teorie neoplatoniche dei suoi illustri amici e collocare un riferimento neoplatonico nella Creazione di Adamo. La filosofia neoplatonica, infatti, riprendeva moltissimi dei tratti del platonismo e li congiungeva al cristianesimo; non per niente Platone, prima fonte ispiratrice della filosofia rinascimentale, veniva spesso considerato come uno tra i filosofi che anticiparono il cristianesimo.

Date le sue competenze e le indubbie doti tecniche, Michelangelo non avrebbe avuto alcuna difficoltà nel rendere il compatto nucleo del Signore, del Suo mantello e degli angeli come un cervello. Detto questo, la questione che sorge ora è l’interpretazione che si dovrebbe assegnare ad una tale scelta.

Alcune scuole di pensiero ritengono che Michelangelo avrebbe raffigurato il Signore all’interno di un cervello umano per inserire l’intelligenza tra i molteplici doni del Creatore all’umanità; tramite questa interpretazione, tuttavia, si andrebbe in parte a negare la fonte ispiratrice della scuola neoplatonica, per la quale affermare che l’intelligenza costituisca solo un dono sarebbe quanto mai riduttivo. Il Neoplatonismo (insieme naturalmente al suo predecessore, il Platonismo) riteneva che l’intelligenza e la razionalità fossero il risultato di un lungo percorso di sforzi, non certo un regalo: un’interpretazione di questo tipo, per quanto potenzialmente corretta (come d’altronde, sarà bene  ribadirlo, tutte le interpretazioni a posteriori su Michelangelo), sembra quasi contraddire il mito della caverna di Platone e tutti gli sforzi che l’Uomo greco doveva compiere per superare il velo delle apparenze.

Un’interpretazione forse più convincente è quella secondo cui Michelangelo avrebbe scelto di rendere la figura del Signore all’interno di un cervello per affermare che l’intera mole delle idee umane risultino già espresse in Dio. Questa interpretazione tiene conto non soltanto della profonda religiosità che sempre caratterizzò Michelangelo, ma anche del suo legame con la scuola neoplatonica: il riferimento chiaro di questa interpretazione, infatti, rimanda alle Idee platoniche, gli stampi che rendono la nostra realtà visibile. Ciò che l’uomo comune percepisce non è altro che copia di un modello più alto, che Platone rintracciò nelle Idee ed il Cristianesimo in Dio: pur non condividendo la base teologica, entrambe le correnti di pensiero si riassumono nell’opera di Michelangelo come presenza di Dio e dell’intelletto nella mente umana. Sia Platone sia il Cristianesimo forniscono una risposta precisa all’uomo che ricerca la verità: le Idee e Dio sono la matrice della realtà ed il nostro mezzo per modificarla, un mezzo che, nell’affresco di Michelangelo, si avvicina lentamente ad Adamo, per rendere l’idea di quanto lento e graduale sia il percorso umano verso la sapienza. Una sapienza che spesso, forse senza accorgercene, possediamo già in fieri.

Qual è, in conclusione, la vera interpretazione da ascrivere alla Creazione di Adamo, realizzata da Michelangelo? Nessuno potrà mai essere matematicamente sicuro della propria interpretazione, l’elemento affascinante di opere d’arte tanto antiche consiste proprio nella certezza che nessuno potrà confermare o smentire appieno le nostre opinioni. Ciò che si può fare, in casi come questi, è affidarsi ai riferimenti storici e bibliografici dell’artista in questione, che spesso spiegano molte più cose di quanto si creda. Al di là delle sue molteplici vie interpretative, la narrazione della quarta fascia della Cappella Sistina, pur non connotata da eventi grandiosi a livello scenografico, esprime con la semplicità il massimo dell’arte: l’importanza dell’Uomo nel mondo; il viaggio che egli deve compiere, nonostante i molteplici ostacoli del cammino; il raggiungimento della sapienza. La sapienza… in fondo, cos’è la sapienza?

Se volessimo avvicinarci alle interpretazioni sopra elencate, si potrebbe dire che il massimo concetto di sapienza sia il conoscere le vere matrici della nostra realtà, rispettarle ed agire affinché esse, non le effimere apparenze che ci circondano, possano diventare la realtà. Un percorso umano, filosofico, eminentemente artistico per rendere reali le irrealtà visibili.

Il Tormento e l’Estasi: quando la storia diventa romanzo

Nel 1961, l’autore statunitense Irving Stone pubblica un romanzo, intitolato The Agony and the Ecstasy, meglio noto al pubblico italiano come Il Tormento e l’EstasiIn questo romanzo, Stone ripercorre la vita di Michelangelo dalla sua infanzia, seguendo gli incontri e le vicissitudini della sua esistenza, così come il titolo stesso dell’opera ci lascia intendere. Il tormento e l’estasi sono probabilmente i concetti chiave dell’esistenza stessa di Michelangelo: il primo si riferisce alle sue lotte continue, innanzitutto con se stesso e con le sue altissime aspettative, che non gli permisero mai di realizzare nulla che non rispondesse alla perfezione. Con buona approssimazione, il concetto di estasi non si riferisce solo a Michelangelo, quanto all’effetto incredibile che le sue opere sortivano (e sortiscono!) sul pubblico: la vera estasi di Michelangelo non si verificava ad opera compiuta, bensì nell’intero processo creativo, quando l’opera si allontanava lentamente dalla sua condizione di irrealtà e diveniva una presenza concreta. Sicuramente anche l’autore tenne conto di queste considerazioni e, per renderle ancora più verosimili, si basò sulle testimonianze storiche della vita di Michelangelo, forniteci in primis da Giorgio Vasari, poi da Ascanio Condivi e da Pietro Aretino. Il risultato è un romanzo biografico di altissimo livello, che offre al lettore l’incredibile opportunità di sentirsi più vicino ad un personaggio tanto grandioso quanto lontano come è Michelangelo.

Nel 1965, per la regia di Carol Reed, esce nelle sale il film omonimo, tratto dal romanzo di Irving Stone, a cui partecipano grandi attori quali Rex Harrison (nei panni di Giulio II) e Charlton Heston (nei panni di Michelangelo). Per ragioni di lunghezza, il regista decise di scegliere una parte del romanzo di Irving Stone ed incentrare su di essa la trama del film: la sua scelta ricadde sui lavori romani della Cappella Sistina e sulle vicissitudini che impegnarono Michelangelo fino a quando essa non fu conclusa.

La storia e gli episodi che vengono narrati sono direttamente tratti dalla biografia di Michelangelo: Giulio II incarica Michelangelo di affrescare la volta della Cappella Sistina ed egli, con estrema malavoglia, si mette al lavoro. L’intero procedimento della decorazione della volta dura quattro anni, alla fine dei quali Michelangelo riportò dei gravi danni alla vista (causati dal colore che scolava dal soffitto nei suoi occhi) e che lo condizionarono tanto, da influenzare la maggior parte delle sue opere successive. Nelle fatiche di Michelangelo si inseriscono i litigi con Giulio II, le campagne belliche del papa rinascimentale contro Bologna, i problemi relativi ai pagamenti… se è vero che il romanzo di Irving Stone ripercorre con estrema accuratezza la vita di Michelangelo, è altrettanto vero che lo spaccato analizzato dal film concorre con il libro per attenzione. Inoltre, il grande pregio di questa pellicola è non soltanto quello di fornirci un resoconto visivo ed immediato (la cui fruizione può naturalmente essere apprezzata anche dai bambini) ma anche quello di montare un personaggio reale e concreto prima da una figura di “carta”, poi da un vero mito della nostra storia.

Il Michelangelo interpretato da Charlton Heston non è affatto una figura mitologica: l’interpretazione dell’attore americano contribuisce a collocare la figura di Michelangelo su un piano molto più familiare ed accessibile. Il personaggio del film rende con esattezza quale, secondo i biografi rinascimentali, dovesse essere il carattere di Michelangelo: burbero, scontroso, permaloso, spesso in lotta con gli altri e con se stesso. Tramite il film, l’aura di intoccabilità e di profonda lontananza che da sempre ha avvolto la figura di Michelangelo viene a cadere, per lasciare il posto ad un personaggio vivido e reale, con il quale potremmo trovarci d’accordo o battibeccare. Pur non rifiutando le atmosfere d’epoca, Il Tormento e l’Estasi costituisce il tramite ideale tra la storia, ciò che da sempre viene insegnato ed un approccio più intimo ad un personaggio famoso, che nonostante la sua indiscussa grandezza non perde mai di vista il realismo e la fedeltà alla sua illustre fonte d’ispirazione. Permettiamo a Michelangelo di scendere per un paio d’ore dal suo piedistallo e di avvicinarsi a noi; ascoltiamolo lamentarsi e borbottare, et voilà!, avremo l’esatta percezione di cosa significhi produrre un film di alto livello e dell’uomo, l’uomo vero e non l’artista, che Michelangelo probabilmente fu.