Michelangelo e la “lapedicina”

Dagli alti monti e d’una gran ruina,

ascoso e circunscritto d’un gran sasso,

discesi a discoprirmi in questo basso,

contr’a mie voglia, in tal lapedicina.

Quand’el sol nacqui, e da chi il ciel destina, 

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Eccoci di nuovo qui dopo un po’ di tempo! Abbiamo lasciato correre qualche tempo prima di rivederci e quale miglior modo per farlo se non analizzare uno dei sonetti di Michelangelo! 🙂 L’oggetto di questo articolo potrebbe sembrare differente dal quelli precedenti, ma vedremo nel corso della lettura, che, in fin dei conti, non lo è poi molto. Mi sono imbattuta in queste rime qualche tempo fa, leggendo un libro che all’apparenza non aveva nulla a che vedere con Michelangelo, ma che in effetti analizzava con molta efficacia le sue parole: si tratta di La scuola raccontata al mio cane, della scrittrice Paola Mastrocola.

Un aspetto dell’artista fiorentino che spesso viene trascurato è la sua attività poetica: Michelangelo non è un letterato né mai ambì ad esserlo, tuttavia dedicò alcuni dei suoi sforzi letterari sia all’amore sia all’arte, due elementi onnipresenti nella sua vita. Possiamo, d’altronde, sentirci di escludere che questi elementi spesso procedano per mano?

Uno dei sonetti delle sue Rime, per la precisione il numero 275, viene aperto da Michelangelo con una importante prima persona: l’autore si sta rivolgendo direttamente al suo lettore, ma il piano del discorso risulta subito in qualche modo oscuro. Michelangelo, infatti, si riferisce ad alti monti e ad una gran ruina, elementi che non si riescono ad inquadrare, se riferiti alla sua figura. Il primo verso non aiuta il lettore a comprendere meglio il senso del pensiero di Michelangelo e d’altronde neppure il secondo vi riesce in pieno: l’artista afferma di essere ascoso e circunscritto d’un gran sasso… Michelangelo ci fa intendere di essere stato, in qualche modo, intrappolato e nascosto nel ventre di una montagna, affermazione che ci risulta quanto mai curiosa finché non comprendiamo che, in effetti, chi parla in questo sonetto non è Michelangelo: si tratta di un sasso. O di un pezzo di roccia, di un frammento di marmo, non importa. Il nostro interlocutore del momento è una creatura, trasportata da un ambiente che le era familiare, in un altro potenzialmente ostile.

Ora, insomma, tutto è più chiaro! Michelangelo dona la parola ad un essere inanimato che, tuttavia, in questa scena quasi surreale, condivide con lui un potente sentimento: si sente solo, abbandonato, discende in questo basso, in un ambiente sconosciuto e di cui probabilmente ha persino paura. Se fosse dipeso solo da lei, questa roccia sarebbe rimasta comodamente incastonata nel cuore della montagna; ma qualcuno è giunto fin lì, fin nel suo nascondiglio, a scavare e a picconare, facendola cadere a terra contro la sua volontà (contr’a mie voglia). L’artefice di tale gesto è probabilmente lo stesso Michelangelo; sappiamo dalla sua biografia che, spesso, l’artista fiorentino si recava personalmente alle cave per scegliere i marmi più adatti alle sue opere e quindi, percorrendo parallelamente la storia di Michelangelo ed il suo sonetto, potremmo ragionevolmente immaginare che sia stato lo stesso Michelangelo a far precipitare questa roccia solitaria!

Pur se una tale riflessione potrebbe suscitare qualche sorriso, non bisogna dimenticarsi un elemento importante: Michelangelo è artista a tutto campo, la sua potenza immaginativa è tale da permettergli persino di dedicarsi alla poesia, in cui però viene coadiuvato dalla sua grande sensibilità. Come si è avuto modo di scoprire, nel corso di questo blog, Michelangelo fu un uomo burbero, permaloso, spesso iracondo, ma anche profondamente sensibile ed a causa di questa sua ultima caratteristica, soffrì moltissimo nel corso della sua esistenza. La sua vita di artista presso la corte papale lo portò spesso a non poter prendere decisioni autonome o addirittura a doversi rimettere alla volontà dei suoi committenti: uno sforzo, questo, la cui durezza per Michelangelo possiamo solo immaginare. Troppe volte, nel corso della vita (non solo quella di Michelangelo, naturalmente, ma anche la nostra), ci capita di doverci arrendere al corso delle cose, lottare fino allo stremo per cambiarle ed infine non riuscirvi: il risultato è che anche noi, come il sasso, come Michelangelo stesso, precipitiamo nella lapedicina che chiude il frammento del sonetto. Come la scrittrice Paola Mastrocola ha scritto, una “lapedicina” è una parola che indica la caduta di una frana; è una parola dal suono dolce, ci farebbe pregustare tutt’altre sensazioni… ma ancora una volta dobbiamo arrenderci alla realtà. E’ la frana, la “lapedicina”, a far precipitare il sasso, protagonista del sonetto, nella realtà.

Non è forse vero, d’altronde, che è difficile entrare nella realtà con passo misurato ed equilibrato, soprattutto quando se ne vorrebbe uscire?! In situazioni come quelle che spesso Michelangelo doveva affrontare, in cui le sue spalle sbattevano inesorabilmente contro il muro, nella realtà in effetti si precipita, non esistono scorciatoie per non vedere ciò che ci disturba. La sua frustrazione di artista, il non poter ottenere ciò che voleva, lo scalzavano dal ventre accogliente della sua arte per lanciarlo con durezza nella realtà. Possiamo quindi affermare che, se questo sasso sperduto è la personificazione poetica di Michelangelo, il gran sasso, ovvero la montagna accogliente, altri non è che la sua arte, l’arte di Michelangelo e di nessun altro, il suo personale bozzolo di protezione: l’arte, ancora una volta, è per Michelangelo consigliera, amica che lo protegge e lo consola quando le cose non vanno.

Ecco, dunque, perché quando si ha a che fare con Michelangelo è così difficile separare nettamente i confini tra arte ed amore: Michelangelo vive l’arte come una questione estremamente privata, nella quale egli trova sempre la gioia ed il conforto di cui ha bisogno. Sembrerebbe quasi di descrivere una storia d’amore e, parlando di Michelangelo, nessuno si sente di escluderlo in modo categorico: l’arte è qui creazione, riflessione, cura, atto di amore infinito.

Con un grande salto interpretativo, potremmo persino affermare che la lapedicina, ovvero il distacco tra il sasso e la montagna, potrebbe essere persino letto in chiave amorosa?! No, forse a questo non possiamo azzardarci. Ciò che, tuttavia, qui ci è permesso, è prendere contatto con una vena poetica molto sensibile, condividerne le sofferenze, sperare per lei nella bellezza della sunnominata lapedicina, una parola così musicale, che vale la pena considerare non necessariamente come una sofferenza, bensì come un mero cambiamento di situazione: è, infatti, molto probabile che il povero sasso sperduto, al pari di Michelangelo, sperimentò una sofferenza transitoria che contribuì a renderlo grandioso, l’opera d’arte che il mondo agognava.

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