L’amore secondo Michelangelo

Spesso ci si chiede il perché Michelangelo non abbia seguito lo stesso percorso dei suoi colleghi artisti, come Leonardo da Vinci o Raffaello, che si circondavano di persone e di donne e riscuotevano grande successo non solo a livello artistico, ma anche a livello puramente personale.

Ad ogni modo, affermare che Michelangelo avesse bandito i rapporti affettivi dalla propria vita è quanto mai errato: come al solito, Michelangelo introdusse amore ed affetto nella propria esistenza secondo le sue precise e personalissime idee, trasfondendo questi due grandi sentimenti nelle proprie opere e soprattutto nella figura di Maria.

Come si avrà modo di leggere nella pagina della SCULTURA, Michelangelo si sente molto legato alla figura della Madonna, probabilmente poiché intravede in lei la madre che egli personalmente ha perduto in tenera età. La figura di Maria, non solo nel Giudizio Universale, ma soprattutto nella Pietà Vaticana, dove la Vergine ricopre un ruolo centrale di vera protagonista.

In questa sede non si analizzerà tanto l’aspetto tecnico, quanto la profonda implicazione psicologica che Michelangelo regala alla sua opera: Maria rappresenta l’ideale della giovane donna pura e semplice, il cui più grande gioiello è la bontà. Il momento narrativo della Pietà Vaticana è quello in cui la purezza e la bontà si scontrano con l’ingiustizia ed il dolore più crudeli: Maria non è più semplicemente ideale di bontà, ma anche di reazione al dolore ed alla sofferenza, in un momento in cui chiunque altro avrebbe scoperchiato l’universo con un calcio. Ma la donna (anzi, le donne) di Michelangelo è ideale proprio perché forte e resistente come una roccia, proprio perché nella sofferenza più estrema riesce a veicolare serenità e dolcezza. La Pietà Vaticana comunica il dramma più ingiusto con la più profonda pacatezza: Maria sapeva ciò che sarebbe dovuto succedere, lo sapeva fin dall’inizio. E tuttavia il dolore non può scomparire dalla sua espressione immobile; c’è stupore, rassegnazione, nello sguardo e nell’atteggiamento di una ragazza che cerca di tenere in braccio un uomo adulto e di cullarlo contro una minaccia. Ciò che stupisce nella Pietà di Michelangelo è che l’atteggiamento di Maria può essere universale: non si tratta solamente di una madre che perde un figlio, ma di una qualsiasi donna che perde un figlio così come l’uomo che ama.

E’ probabilmente impossibile trovare un’altra opera artistica che sintetizzi tante situazioni diverse, che potrebbero verificarsi o meno, nei momenti e nei modi più disparati. Ecco dunque che non solo si ribadisce il valore artistico delle opere di Michelangelo, ma anche la loro capacità di adattarsi alle situazioni ed alle epoche più diverse: il concetto di base che Michelangelo ci ha voluto comunicare, al di là della tragicità della scena, è quanto fragili siano le nostre esistenze e quanto nulla, neppure la tragedia più dolorosa, possa recidere nell’uomo un sentimento come l’amore. Lo sguardo fisso di Maria nel proprio grembo va al di là della stupefatta contemplazione del proprio Figlio inerte: se solo potessimo far vivere e parlare le statue, Maria alzerebbe probabilmente lo sguardo con un sorriso incerto, a significare che, per quanto terribili alcune situazioni possano apparire, nessuno avrà mai la capacità di sottrarci chi si ama.

Questo articolo riporta riflessioni personali di ammiratrice di Michelangelo, suffragate dallo studio della Pietà Vaticana stessa; ciò che comunque, qui si vuole dimostrare, è quanto amore sia riuscito a trasmettere un uomo apparentemente freddo e brusco, che non sempre riusciva ad esprimere efficacemente i propri sentimenti a parole, ma che ne faceva interpreti le proprie opere.

Un po’ di gossip… quanto basta!

Se si parla di Michelangelo, l’immediato pensiero corre alla Cappella Sistina, al Mosè, alla Pietà, ad una gran quantità di opere che hanno coperto ottant’anni di vita…. ma chi era Michelangelo???

Questa è una domanda che spesso non ci si pone, dando per scontato che le opere di una artista bastino da sole a parlare di lui. Mi sono avvicinata alla storia dell’arte ed a Michelangelo per curiosità, per averne anch’io ammirate le opere, per aver sentito parlare di lui; ma in anni di studio e grazie anche ai miei insegnanti, ho capito che conoscere bene un artista (o qualunque autore) senza conoscerne la vita è pura illusione. D’altronde, però, è anche vero che qui si parla di irrealtà, che con le illusioni hanno molto in comune…!

Detto questo, vorrei fare un gioco: immaginare Michelangelo non come l’artista ed il genio, ma come bambino, ragazzo, uomo… chissà che questo non ci aiuti meglio a capirlo, a capire le sue scelte e, perché no?!, a capire meglio le sue opere.

Michelangelo nasce a Caprese, un paesino toscano vicino Arezzo, il 6 marzo 1475: chiunque fosse appassionato d’astrologia, noterà che Michelangelo nacque sotto il segno dei Pesci, particolare simpatico in quanto si dice che chi nasce sotto questo segno abbia una spiccata propensione artistica… e Michelangelo sembra essere qui per ribadirlo! 🙂 La sua famiglia era fiorentina, relativamente benestante ed il padre era stato nominato podestà di Caprese; purtroppo, poco dopo la nascita di Michelangelo (secondogenito di cinque figli), la famiglia attraversò una grave crisi economica e fu costretta a tornare a Firenze, per la precisione a Settignano. Questo piccolo centro nella provincia fiorentina è particolarmente importante nella vita di Michelangelo, poiché qui egli viene affidato ad una balia.

 

In questo momento, le ricostruzioni biografiche di Vasari e la più moderna di Irving Stone ci vengono enormemente in aiuto per ricostruire uno scenario altrimenti nebuloso: la famiglia a cui Michelangelo viene affidato, dopo la morte della mamma, è composta da scalpellini. Michelangelo vive a contatto con altri bambini ed il padre (marito della sua balia) inizia ad affidare anche a lui pezzi di pietra serena (tipo di pietra di cui Firenze è quasi totalmente costruita) da scolpire e da decorare. E’ lo stesso Michelangelo ad affermare di essere cresciuto con latte impastato con la polvere di marmo; tuttavia, sappiamo bene che senza un terreno fertile come base, non sarebbero bastati tutti i marmi del mondo per fare di un bambino uno scultore!

Michelangelo ha talento, appare subito chiaro a tutti, tranne a suo padre, che nel corso della vita riverserà sul figlio solamente aspettative finanziarie, senza mai rendersi conto di chi fosse veramente suo figlio. Appassionato di disegno e di scultura, con mani esperte come quelle di un adulto nel corpo di un ragazzino, Michelangelo si reca a bottega insieme all’amico Francesco Granacci presso il Ghirlandaio, in quel momento uno dei maggiori artisti legati ai Medici.

L’apprendistato di Michelangelo è tortuoso e noto e poiché qui interessa notare l’aspetto principalmente umano dell’artista, soprassiederemo alle opere che egli realizza per parlare invece di chi incontrerà. Oltre all’amico che lo ha introdotto nell’ambiente, Michelangelo si trova circondato da ragazzi di ogni tipo, con ogni carattere e con diversi gradi di talento; il nostro artista in boccio non è uno sbruffone, anzi ha un temperamento piuttosto meditabondo e schivo, ma, come dice Vasari, ha la peculiarità di prendere in giro coloro che non gli vanno a genio. Una caratteristica in sé e per sé non così riprovevole, anzi piuttosto comune a molti ragazzi: purtroppo però, il “normale” carattere di Michelangelo si scontra con quello impetuoso di Pietro Torrigiano, un ragazzo che in seguito divenne scultore di buon livello ed accomunato a Michelangelo dall’ambizione. Durante un litigio, Michelangelo viene colpito dal Torrigiano sul naso: un pugno così forte da rompergli il naso ed alterargli per sempre il volto.

Dalle notizie raccolte nei secoli, sappiamo che per quanto Michelangelo coltivasse ideali di bellezza, egli per primo non fu bello; il pugno ricevuto da ragazzo contribuì a deturpare il suo viso ed il suo carattere, un po’ burbero, permaloso e chiuso quanto bastava, non aiutarono chi lo circondò ad avere vita facile. Ciò non toglie, comunque, che Michelangelo ebbe anche amici (per i quali valse l’inossidabile regola del “pochi ma buoni”): primo fra tutti Francesco Granacci, amico fin dall’infanzia; seguendo la ricostruzione di Irving Stone, Contessina, la figlia minore di Lorenzo il Magnifico; i vari artisti che nel tempo lo attorniarono, tra cui Daniele da Volterra (che verrà incaricato della vestizione dei nudi del Giudizio Universale e per questo si guadagnerà il soprannome di Braghettone) e Tommaso de’ Cavalieri; infine Vittoria Colonna, nobildonna romana a cui Michelangelo dedicherà vari sonetti e con la quale svilupperà un’amicizia molto profonda.

Se si volesse trattare un altro dei complicati rapporti (complicati tanto quanto lo fu lo stesso artista) che Michelangelo ebbe negli anni, non si può non accennare a Papa Giulio II, al secolo Giuliano della Rovere; grazie anche alla ricostruzione cinematografica del romanzo Il Tormento e l’Estasi di Irving Stone ed ai numerosi riferimenti fornitici da Vasari, sappiamo che il rapporto con l’impetuoso papa furono sempre burrascosi, a volte persino violenti (memorabile la bastonata sulla schiena che Michelangelo ricevette per essere intervenuto, non invitato e per giunta lamentandosi di non essere stato pagato, in un consiglio tra papa e vescovi), ma soprattutto basati sulla velata stima  reciproca.

Michelangelo fu un uomo profondamente religioso, che coltivò poche amicizie e sempre con una certa difficoltà, sempre rapito e distratto dall’amore per il proprio lavoro, costretto a trascurare i suoi simili e nel contempo non dimenticandoli mai, perché troppo orgoglioso di essere come loro; la religiosità diventa in Michelangelo strumento di esaltazione della grandiosità umana, una grandezza che egli non riuscirà mai a raggiungere fisicamente, ma che supererà e realizzarà con il potere di immaginazione e mente. Il volto deturpato dal pugno e la poca prestanza fisica contribuiscono a chiudere sempre più i fragili confini dell’autostima di Michelangelo ed a renderlo scontroso, difficile da avvicinare, ma sempre prezioso per chi infine riusciva ad essergli vicino.

Questo tratto del carattere di Michelangelo contribuisce a farcelo sentire molto più vicino, perché insieme a lui percepiamo la paura del confronto, il timore di venire rifiutati, la tentazione di barricarsi dietro un aspetto duro per schivare le sofferenze. In questo momento, non stiamo più parlando dell’artista della Cappella Sistina, bensì dell’uomo timido e leggermente spaventato, un uomo che se fosse qui con noi, circonderemmo con un grande abbraccio. Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo: considerare e parlare di Michelangelo come di un uomo qualunque, con le sue paure e con la sua storia. Non so se questo esperimento potrebbe risultare fastidioso od inopportuno: personalmente, ritengo che osservare l’arte da lontano senza pensare a chi l’ha creata e vissuta non contribuisce affatto a comprenderla ed amarla di più; immaginare una mano fermarsi sul marmo, stanca e rovinata, mi aiuta a capire il processo di creazione e l’amore che hanno prodotto l’opera che sto osservando, la fatica e l’abilità senza le quali quel blocco di marmo sarebbe rimasto un blocco di marmo.

E se ancora non si fosse contenti e si volesse accrescere la distanza che ora abbiamo diminuito, immaginate con me che l’abbraccio cui accennavamo prima sia creato da due braccia, chiamate CONSENSO e STIMA. Questo basterà per rassicurare il nostro timoroso Michelangelo: vi è un mondo intero che ama tanto lui quanto le sue opere; ed a chi non vuole essere incluso nel novero, possiamo solo dire… che non sa ciò che si perde!

Irrealtà visibili… e cioè?!

Mi sembra già di sentire turbini di domande e frotte di punti interrogativi… ed ora sono qui per rispondere! Il titolo di questo blog è leggermente curioso, nel senso che, se è vero che “Michelangelo a Roma” è un ottimo modo di descrivere in tre parole l’argomento di questo blog, “irrealtà visibili” lo è di meno…!

Nel trovare un titolo al blog (ed in primis alla tesi!), mi sono rifatta ad una frase che avevo sentito tempo fa, secondo cui “l’arte è irrealtà visibile”. Per avvicinarci a questo blog ed al suo argomento, dunque, vi invito a fare un gioco: immaginare Roma prima della sua crescita, prima di Michelangelo, prima dell’arte… Ciò che vedrete sarebbe probabilmente un grumo di sette colli, molto tristi per la verità, scuri e vuoti. Grazie al percorso di studio e ricerca per la tesi, sto capendo come Roma sia un gigantesco carillon in precario equilibrio e come esso non potrebbe esistere senza la sua storia e la sua arte. L’irrealtà visibile è il pensiero stesso dell’arte, la fulminante idea geniale di Michelangelo nel dipingere colossi o intravedere una figura dibattersi nel blocco di marmo… L’irrealtà visibile è ciò per cui oggi siamo qui a parlare e ciò per cui vagoni di turisti si aggirano per Roma a bocca  aperta.

L’irrealtà visibile è arte ed oggi noi siamo qui per esplorare da vicino come l’arte e le sue idee si siano tramutate in realtà nelle mani di uno tra i più grandi artisti di tutti i tempi e come esse abbiano reso Roma ciò che è. Un’irrealtà visibile…? Starà a voi giudicare… .