Roma nel Rinascimento

Se si parla di Michelangelo a Roma, sarebbe interessante capire come si presentasse Roma nel periodo in cui Michelangelo visse qui. Per farsi un’idea orientativa della città, bisogna per prima cosa ripercorrerne la storia.

Roma è una città dalla storia urbanistica molto particolare: il celebre fatto di essere stata costruita su sette colli e su una base tufacea, ad esempio, ha condizionato moltissimo il suo sviluppo urbanistico, molto più sregolato di quello di altre città. Quando gli antichi Romani cominciarono ad espandere la propria cultura e la propria capitale, esportarono il loro comodo e famosissimo stile urbanistico a scacchiera (rintracciabile ancora oggi in moltissime città, come per esempio Aosta) e si guardarono molto bene dall’applicarlo nella loro città: Roma si era già espansa e sarebbe risultato complesso per chiunque modificarne la struttura e crearne una nuova. Con l’avanzare dei secoli, la crescita urbanistica di Roma divenne sempre meno controllabile ed anche per questo motivo si cominciarono a costruire le prime cinte murarie; all’arrivo dei barbari, comunque, nessuna cinta muraria sarà in grado di sostenere Roma.

Si è sempre dibattuto sul perché l’Impero Romano (e Roma per conseguenza) siano crollate con tanta facilità agli attacchi dei barbari: in questa sede, si potrà ricordare che Roma ed il suo impero erano diventate estremamente vaste e quindi sempre più difficili da controllare. Al momento delle invasioni barbariche, Roma inaugura un declino che la caratterizzerà per secoli: la città perde la sua predominanza politica e diviene unicamente città santa, meta indiscussa di pellegrinaggi e ruberie di vario genere, come quella, citata da Corrado Augias nel volume I Segreti di Romaattuata da Carlo Magno. Una volta incoronato, l’Imperatore del Sacro Romano Impero partì da Roma seguito da numerosissimi carri, pieni all’orlo di vestigia dell’antico splendore romano, che avrebbero fatto degna mostra di sé nella nuova reggia di Aquisgrana. La paura divenne inevitabilmente sentimento predominante dell’epoca e, a Roma, si esplicitò nella costruzione di moltissime torri, simbolo di controllo e dimora delle famiglie più agiate, che dal loro elevato (in ogni senso) punto di vista, potevano garantirsi da attacchi e furti.

 

Nel Rinascimento, la sensazione di terrore lasciò lentamente il posto alla volontà del papato di rendere nuovamente Roma  caput mundi: all’elezione di Giuliano della Rovere come Papa Giulio II, Roma divenne obiettivo di campagne di abbellimento ed innovazione, guidate dai vari pontefici che si susseguirono e dall’abilità architettonica degli artisti presenti a Roma.

Eccoci dunque al punto: il famigerato incontro tra Michelangelo e Roma non è decisamente dei migliori, poiché Michelangelo considera la città troppo caotica e centro di troppe questioni di potere. La città che Michelangelo vive ha perso parte della sua inquietante connotazione medievale, si è molto ristretta nei propri confini e ha perso l’antico assetto imperiale: secondo la ricostruzione di Irving Stone ne Il Tormento e l’Estasi (1961), Michelangelo prese la sua prima dimora a Roma verso l’odierno porto di Ripetta, da dove poteva accogliere i blocchi di marmo in arrivo, per via fluviale, da Carrara. Tralasciando le opinioni personali di Michelangelo, la Roma rinascimentale somigliava moltissimo ad una signora in convalescenza: dopo aver trascorso un glorioso periodo di infanzia e gioventù, era stata colpita da tragici cataclismi della prima età adulta, per riaversene solo dopo alcuni secoli di buio. Il XV secolo e l’inizio del Rinascimento, non le avevano ancora restituito appieno lo splendore dei bei tempi andati: la crescita demografica registrata nel Rinascimento fu sintomo non solo di crescente benessere, ma anche causa di una sregolata espansione urbanistica per la quale, ad esempio, le case venivano costruite l’una affiancata all’altra, appoggiate ad un muro di sostegno che nella maggior parte dei casi poteva vantare un’illustre origine di domus romana.

La città che Michelangelo impara a conoscere è caotica, distrutta in una batter d’occhio e ricostruita in fretta e furia, con nuove meravigliose chiese ma con fatiscenti impianti per l’igiene. Questa duplicità della città di Roma, sempre oscillante tra la gloria incontrastata ed la miseria, rimase segno caratteristico della città ancora per molti secoli dopo Michelangelo: ad ogni modo, l’intervento dell’artista, che non apprezzava Roma e continuava a rimpiangere la piccola e ben gestita Firenze, risultò fondamentale per Roma (per ulteriori riferimenti si veda la pagina  ARCHITETTURA) e per il suo successivo sviluppo.

Per concludere, si potrà dunque dire, con una buona dose di fantasia ed ironia, che la Roma del Rinascimento non si discostava poi tanto dalla città che conosciamo: era caotica proprio come lo è ora, anche se, ai tempi, chi faceva baccano erano i carri e non le automobili; era disordinata, anche se l’attuale sistema di nettezza urbana ha decisamente contribuito a renderla più vivibile; si espandeva in ogni direzione, persino verso l’alto, anche se chi nel Rinascimento svettava nel cielo turchino erano le torri e non i palazzi; non era bella come la conosciamo, ma il suo aspetto leggermente confusionario e dimesso fu una base fondamentale su cui lavorare e matrice di ciò che oggi viviamo.

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