Il Tormento e l’Estasi: quando la storia diventa romanzo

Nel 1961, l’autore statunitense Irving Stone pubblica un romanzo, intitolato The Agony and the Ecstasy, meglio noto al pubblico italiano come Il Tormento e l’EstasiIn questo romanzo, Stone ripercorre la vita di Michelangelo dalla sua infanzia, seguendo gli incontri e le vicissitudini della sua esistenza, così come il titolo stesso dell’opera ci lascia intendere. Il tormento e l’estasi sono probabilmente i concetti chiave dell’esistenza stessa di Michelangelo: il primo si riferisce alle sue lotte continue, innanzitutto con se stesso e con le sue altissime aspettative, che non gli permisero mai di realizzare nulla che non rispondesse alla perfezione. Con buona approssimazione, il concetto di estasi non si riferisce solo a Michelangelo, quanto all’effetto incredibile che le sue opere sortivano (e sortiscono!) sul pubblico: la vera estasi di Michelangelo non si verificava ad opera compiuta, bensì nell’intero processo creativo, quando l’opera si allontanava lentamente dalla sua condizione di irrealtà e diveniva una presenza concreta. Sicuramente anche l’autore tenne conto di queste considerazioni e, per renderle ancora più verosimili, si basò sulle testimonianze storiche della vita di Michelangelo, forniteci in primis da Giorgio Vasari, poi da Ascanio Condivi e da Pietro Aretino. Il risultato è un romanzo biografico di altissimo livello, che offre al lettore l’incredibile opportunità di sentirsi più vicino ad un personaggio tanto grandioso quanto lontano come è Michelangelo.

Nel 1965, per la regia di Carol Reed, esce nelle sale il film omonimo, tratto dal romanzo di Irving Stone, a cui partecipano grandi attori quali Rex Harrison (nei panni di Giulio II) e Charlton Heston (nei panni di Michelangelo). Per ragioni di lunghezza, il regista decise di scegliere una parte del romanzo di Irving Stone ed incentrare su di essa la trama del film: la sua scelta ricadde sui lavori romani della Cappella Sistina e sulle vicissitudini che impegnarono Michelangelo fino a quando essa non fu conclusa.

La storia e gli episodi che vengono narrati sono direttamente tratti dalla biografia di Michelangelo: Giulio II incarica Michelangelo di affrescare la volta della Cappella Sistina ed egli, con estrema malavoglia, si mette al lavoro. L’intero procedimento della decorazione della volta dura quattro anni, alla fine dei quali Michelangelo riportò dei gravi danni alla vista (causati dal colore che scolava dal soffitto nei suoi occhi) e che lo condizionarono tanto, da influenzare la maggior parte delle sue opere successive. Nelle fatiche di Michelangelo si inseriscono i litigi con Giulio II, le campagne belliche del papa rinascimentale contro Bologna, i problemi relativi ai pagamenti… se è vero che il romanzo di Irving Stone ripercorre con estrema accuratezza la vita di Michelangelo, è altrettanto vero che lo spaccato analizzato dal film concorre con il libro per attenzione. Inoltre, il grande pregio di questa pellicola è non soltanto quello di fornirci un resoconto visivo ed immediato (la cui fruizione può naturalmente essere apprezzata anche dai bambini) ma anche quello di montare un personaggio reale e concreto prima da una figura di “carta”, poi da un vero mito della nostra storia.

Il Michelangelo interpretato da Charlton Heston non è affatto una figura mitologica: l’interpretazione dell’attore americano contribuisce a collocare la figura di Michelangelo su un piano molto più familiare ed accessibile. Il personaggio del film rende con esattezza quale, secondo i biografi rinascimentali, dovesse essere il carattere di Michelangelo: burbero, scontroso, permaloso, spesso in lotta con gli altri e con se stesso. Tramite il film, l’aura di intoccabilità e di profonda lontananza che da sempre ha avvolto la figura di Michelangelo viene a cadere, per lasciare il posto ad un personaggio vivido e reale, con il quale potremmo trovarci d’accordo o battibeccare. Pur non rifiutando le atmosfere d’epoca, Il Tormento e l’Estasi costituisce il tramite ideale tra la storia, ciò che da sempre viene insegnato ed un approccio più intimo ad un personaggio famoso, che nonostante la sua indiscussa grandezza non perde mai di vista il realismo e la fedeltà alla sua illustre fonte d’ispirazione. Permettiamo a Michelangelo di scendere per un paio d’ore dal suo piedistallo e di avvicinarsi a noi; ascoltiamolo lamentarsi e borbottare, et voilà!, avremo l’esatta percezione di cosa significhi produrre un film di alto livello e dell’uomo, l’uomo vero e non l’artista, che Michelangelo probabilmente fu.

500 ANNI di Cappella Sistina!!!

E’ giusto, abbiamo già parlato della Cappella Sistina nella pagine dedicata alla PITTURA, ma… dovremo parlarne di nuovo, poiché oggi, 31 ottobre 2012, la Cappella Sistina compie 500 anni!!!

In verità gli anni che compie non sono proprio esatti, bisogna specificare che la volta della Cappella Sistina compie cinquecento anni. Infatti, grazie a Giorgio Vasari ed alcune delle lettere che Michelangelo spedì negli anni, conosciamo le precise date di crescita di questa fantastica opera: è Michelangelo stesso dirci di averla iniziata il 10 maggio 1508 ed è Vasari a dirci che la volta  venne scoperta il 31 ottobre del 1512 ed il giorno successivo, festa di Ognissanti, Papa Giulio II poté svolgere la Messa nella Cappella finalmente affrescata. E’ senza dubbio interessante la notizia secondo cui Papa Benedetto XVI abbia deciso di celebrare la Messa di Ognissanti secondo il cerimoniale rinascimentale, così da ricordare ancor meglio questo importante compleanno.

E’ universalmente noto come la Cappella Sistina abbia da sempre attirato turismo, fantasia e dibattito; le famosissime fasce del soffitto e la storia che esse ripercorrono sono uno tra i più alti esempi di pittura di tutti i tempi, condite da un valore molto misterioso in quanto nessuno è mai riuscito a capirne fino in fondo il significato. Questo aspetto così misterioso ed affascinante dell’opera è stato argomento principale della puntata del 26 ottobre scorso del programma “Voyager“, che ha ripercorso, assieme al direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci e lo studioso Heinrich Pfeiffer, l’evoluzione dell’opera di Michelangelo. Riallacciandosi alle scene del film “Il Tormento e l’Estasi“, la prima parte della puntata si è dedicata totalmente alla storia ed all’interpretazione della Cappella Sistina, alle vicende che condizionarono l’opera successiva di Michelangelo ed al fascino che da sempre essa esercita sui turisti di tutto il mondo.

http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html#day=2012-10-26&ch=2&v=154035&vd=2012-10-26&vc=2

La volta della Cappella Sistina rispecchia in qualche modo il carattere di Michelangelo: è in qualche modo prepotente, burbera, accentra in sé tutta l’attenzione del visitatore. Tuttavia, non è mai abbastanza potente da distogliere il visitatore dal grandioso Giudizio Universale dell’abside: forse ancor più delle fasce del soffitto, il Giudizio Universale rappresenta la sintesi dello studio e delle letture di Michelangelo, che in esso inserì riferimenti alla Divina Commedia di Dante, critica e sarcasmo verso la sua attualità (si pensi ai ritratti di Pietro Aretino nei panni di San Bartolomeo e di Biagio da Cesena nella figura di Minosse), infine voglia di sottolineare quanto l’uomo, in tutte le sue forme, possa essere un eccellente messaggero, un angelo nel senso greco del termine (dal verbo angéllo, “annunciare”), per tutto ciò che vogliamo comunicare. Non c’è paesaggio nel Giudizio Universale, quel poco di “sfondo” nel senso tecnico del termine viene esaurito nella volta; non c’è modo reale di differenziare i beati dagli angeli, poiché tutti si muovono e nessuno ha le ali. Come Antonio Paolucci ha affermato, Michelangelo non era interessato al panorama o a collocare nel tempo il Giudizio Universale: l’intera scena si svolge in un fantastico cielo, popolato solamente da uomini. Michelangelo crea dal nulla un’umanità talvolta paradisiaca talvolta agghiacciante, sempre grandiosa e sempre realistica: il volo degli angeli, che si avvicinano alla stupenda figura atletica di Cristo, non avviene grazie alle ali, poiché ancora una volta è sufficiente il corpo umano per trasmettere qualsiasi messaggio. La grandezza divina, nonché umana, non ha bisogno di ali per essere compresa.

La domanda che spesso ci si pone in questo momento storico e che conclude la prima parte della puntata di “Voyager” è: a cosa serve l’arte? In questo momento storico di crisi, economica come umana, crisi dei valori e rivoluzione di molti dei nostri costumi, a cosa ci può servire l’arte?

Se si dovesse dar retta ad Oscar Wilde, con il suo art for art’s sake (ovvero, “l’arte per il piacere dell’arte”), l’arte non dovrebbe servire a nulla, ma sarebbe solo un mezzo di comunicazione fine a se stesso. Eppure, come si può affermare che la Cappella Sistina viva per se stessa? I suoi personaggi, più che essere entità lontane ed incompatibili con noi, accolgono il visitatore, quasi lo assalgono, come altrettanti bambini turbolenti. Sembrano parlare col visitatore ed invitarlo ad avvicinarsi, a vedere con i suoi occhi quali e quante meraviglie hanno da mostrargli; in questo senso, come afferma Antonio Paolucci, l’arte serve a consolarsi da ciò che spesso della vita non piace, a fantasticare su ciò che l’artista potrebbe averci voluto dire, a risollevarci grazie alla sua bellezza ed a riflettere su noi stessi. Nessuno, probabilmente, ci ha mai dedicato un’opera d’arte né dipinto un ritratto: eppure, la Cappella Sistina sembra riflettere sulla storia e sul destino di ognuno di noi. Per concludere, potremmo dunque dire che oggi, 31 ottobre 2012, non dovremmo tanto festeggiare Halloween o riflettere sui 500 anni di storia della Cappella Sistina: dovremmo piuttosto organizzare una gigantesca festa di compleanno! Per quanto strano possa apparire, oggi anche noi festeggiamo 500 anni con la Cappella Sistina. Con lei, in lei, ci siamo anche noi.

Roma nel Rinascimento

Se si parla di Michelangelo a Roma, sarebbe interessante capire come si presentasse Roma nel periodo in cui Michelangelo visse qui. Per farsi un’idea orientativa della città, bisogna per prima cosa ripercorrerne la storia.

Roma è una città dalla storia urbanistica molto particolare: il celebre fatto di essere stata costruita su sette colli e su una base tufacea, ad esempio, ha condizionato moltissimo il suo sviluppo urbanistico, molto più sregolato di quello di altre città. Quando gli antichi Romani cominciarono ad espandere la propria cultura e la propria capitale, esportarono il loro comodo e famosissimo stile urbanistico a scacchiera (rintracciabile ancora oggi in moltissime città, come per esempio Aosta) e si guardarono molto bene dall’applicarlo nella loro città: Roma si era già espansa e sarebbe risultato complesso per chiunque modificarne la struttura e crearne una nuova. Con l’avanzare dei secoli, la crescita urbanistica di Roma divenne sempre meno controllabile ed anche per questo motivo si cominciarono a costruire le prime cinte murarie; all’arrivo dei barbari, comunque, nessuna cinta muraria sarà in grado di sostenere Roma.

Si è sempre dibattuto sul perché l’Impero Romano (e Roma per conseguenza) siano crollate con tanta facilità agli attacchi dei barbari: in questa sede, si potrà ricordare che Roma ed il suo impero erano diventate estremamente vaste e quindi sempre più difficili da controllare. Al momento delle invasioni barbariche, Roma inaugura un declino che la caratterizzerà per secoli: la città perde la sua predominanza politica e diviene unicamente città santa, meta indiscussa di pellegrinaggi e ruberie di vario genere, come quella, citata da Corrado Augias nel volume I Segreti di Romaattuata da Carlo Magno. Una volta incoronato, l’Imperatore del Sacro Romano Impero partì da Roma seguito da numerosissimi carri, pieni all’orlo di vestigia dell’antico splendore romano, che avrebbero fatto degna mostra di sé nella nuova reggia di Aquisgrana. La paura divenne inevitabilmente sentimento predominante dell’epoca e, a Roma, si esplicitò nella costruzione di moltissime torri, simbolo di controllo e dimora delle famiglie più agiate, che dal loro elevato (in ogni senso) punto di vista, potevano garantirsi da attacchi e furti.

 

Nel Rinascimento, la sensazione di terrore lasciò lentamente il posto alla volontà del papato di rendere nuovamente Roma  caput mundi: all’elezione di Giuliano della Rovere come Papa Giulio II, Roma divenne obiettivo di campagne di abbellimento ed innovazione, guidate dai vari pontefici che si susseguirono e dall’abilità architettonica degli artisti presenti a Roma.

Eccoci dunque al punto: il famigerato incontro tra Michelangelo e Roma non è decisamente dei migliori, poiché Michelangelo considera la città troppo caotica e centro di troppe questioni di potere. La città che Michelangelo vive ha perso parte della sua inquietante connotazione medievale, si è molto ristretta nei propri confini e ha perso l’antico assetto imperiale: secondo la ricostruzione di Irving Stone ne Il Tormento e l’Estasi (1961), Michelangelo prese la sua prima dimora a Roma verso l’odierno porto di Ripetta, da dove poteva accogliere i blocchi di marmo in arrivo, per via fluviale, da Carrara. Tralasciando le opinioni personali di Michelangelo, la Roma rinascimentale somigliava moltissimo ad una signora in convalescenza: dopo aver trascorso un glorioso periodo di infanzia e gioventù, era stata colpita da tragici cataclismi della prima età adulta, per riaversene solo dopo alcuni secoli di buio. Il XV secolo e l’inizio del Rinascimento, non le avevano ancora restituito appieno lo splendore dei bei tempi andati: la crescita demografica registrata nel Rinascimento fu sintomo non solo di crescente benessere, ma anche causa di una sregolata espansione urbanistica per la quale, ad esempio, le case venivano costruite l’una affiancata all’altra, appoggiate ad un muro di sostegno che nella maggior parte dei casi poteva vantare un’illustre origine di domus romana.

La città che Michelangelo impara a conoscere è caotica, distrutta in una batter d’occhio e ricostruita in fretta e furia, con nuove meravigliose chiese ma con fatiscenti impianti per l’igiene. Questa duplicità della città di Roma, sempre oscillante tra la gloria incontrastata ed la miseria, rimase segno caratteristico della città ancora per molti secoli dopo Michelangelo: ad ogni modo, l’intervento dell’artista, che non apprezzava Roma e continuava a rimpiangere la piccola e ben gestita Firenze, risultò fondamentale per Roma (per ulteriori riferimenti si veda la pagina  ARCHITETTURA) e per il suo successivo sviluppo.

Per concludere, si potrà dunque dire, con una buona dose di fantasia ed ironia, che la Roma del Rinascimento non si discostava poi tanto dalla città che conosciamo: era caotica proprio come lo è ora, anche se, ai tempi, chi faceva baccano erano i carri e non le automobili; era disordinata, anche se l’attuale sistema di nettezza urbana ha decisamente contribuito a renderla più vivibile; si espandeva in ogni direzione, persino verso l’alto, anche se chi nel Rinascimento svettava nel cielo turchino erano le torri e non i palazzi; non era bella come la conosciamo, ma il suo aspetto leggermente confusionario e dimesso fu una base fondamentale su cui lavorare e matrice di ciò che oggi viviamo.

Mosè: quando gli artisti non si accontentano

Come già accennato nella pagina SCULTURA, Michelangelo si dedicò compiutamente all’incarico della Tomba di Giulio II quando la sua età si era ormai fatta avanzata. Le precarie condizioni di salute non gli impedirono comunque di dedicarsi personalmente alle tre statue principali del monumento, ovvero RacheleLiaMosè.

In questa sede il dato veramente interessante riguarda il “protagonista” indiscusso della scena, ovvero il furibondo Mosè. Poiché, purtroppo, la Tomba di Giulio II non ha ottenuto un vero restauro fino a tempi molto recenti, si è scoperto in questi ultimi anni che Michelangelo lavorò alla statua di Mosè per ben due volte. Egli, infatti, avrebbe scolpito una prima statua negli anni precedenti al 1517: la figura di Mosè si presentava come un colosso assiso in trono, che rivolgeva uno sguardo frontale ai suoi osservatori. La statua di Mosè era stata in quel momento concepita per essere collocata in alto, probabilmente al secondo “piano” del monumento funebre: nella migliore delle tradizioni, che si potrebbe persino rimandare alle raffigurazioni dei faraoni egizi, Mosè era progettato per essere osservato dal basso e dunque il suo sguardo, se non poteva rivolgersi verso il basso, era necessariamente rivolto frontalmente.

Il tempo e la storia non si trovarono concordi con l’impianto iniziale che Michelangelo aveva pensato per Mosè: quando Papa Giulio II morì, i suoi eredi obbligarono Michelangelo a restringere drasticamente il suo progetto, fino alla versione definitiva del 1542, quando del glorioso folto di quaranta statue iniziale non rimaneva che una tomba a parete con alcune, seppur colossali, statue ad arricchirla. Poiché la statua di Mosè non poteva più collocarsi in alto come era stato progettato all’inizio e doveva invece occupare lo spazio frontale, vuoto, della Tomba, la sua figura immobile non soddisfaceva più Michelangelo. Le sue esperienze artistiche fino al 1542 avevano sviluppato in lui non solo l’attenzione al particolare anatomico, ma anche il desiderio di rendere il dinamismo nelle proprie statue. Un freddo ed immoto gigante marmoreo non poteva più accontentare le aspettative di Michelangelo.

Come Alberto Angela mostra in una delle puntate di “Superquark“, Michelangelo modificò la statua di Mosè, ricavandone l’attuale naso dalla guancia sinistra. Inoltre, per aggiungere dinamismo e logica al movimento che egli aveva creato, Michelangelo definì meglio la barba di Mosè, spostando alcuni grandi riccioli verso destra: l’osservatore potrebbe seguire il gioco di Michelangelo e spiegare la posizione della barba con un colpo di vento. Profondamente fuor di metafora, la barba frontale del primo Mosè non disponeva probabilmente di moltissimo marmo con cui lavorare e Michelangelo dovette arricchire la barba esistente per non far riscontrare alcuna imperfezione all’osservatore. Egli, inoltre, modificò la posizione del trono, spostandolo leggermente verso destra e la fascia del vestito del patriarca, che, posizionandosi dietro la statua per il restauro, risultò frontale all’osservatore. Il busto di Mosè non evidenzia alcuna fascia frontale ed inoltre, esso era stato troppo ben definito per poter essere modificato. I cambiamenti già apportati, comunque, non potevano essere sufficienti ad uno scultore esigente.

Le gambe di Mosè si trovavano naturalmente ad essere frontali, come quelle di qualunque persona seduta. Michelangelo rimodellò il marmo del ginocchio sinistro, rimpicciolendolo di quasi sei centimetri e portandolo a retrocedere fin a dover collocare il rispettivo piede quasi sotto il corpo il della statua. Tuttavia, chiunque si sarebbe accorto della forte sproporzione tra le due ginocchia e Michelangelo, per evitare che ciò accadesse, rivestì il ginocchio destro con un elaborato panneggio, che per la sua eleganza cattura immediatamente l’attenzione e l’ammirazione dell’osservatore, portandolo a trascurare il ginocchio sinistro e la sua affascinante vicenda.

La storia del Mosè di Michelangelo, da sempre oggetto di aneddoti e teorie, trova qui la sua giusta sintesi: Mosè non è una “semplice” statua, ma, per dirla con Hegel, il superamento includente della crescita artistica di Michelangelo. Egli non ebbe né poté avere il coraggio di eliminare totalmente il frutto del proprio lavoro giovanile, ma, forte dell’esperienza accumulata nel tempo, poté aggiungervi quegli elementi di maturità ed auto-critica che rendono Mosè una delle statue più discusse e complete della storia. Discussa, perché molteplici sono le interpretazioni e le storie che la riguardano. Completa, perché in essa si riassumono la crescita e la maturazione di un artista.

Per vedere la puntata di Superquark a cui si fa qui riferimento, cliccare qui: http://www.youtube.com/watch?v=GBkF_7jzXsA

Un po’ di gossip… quanto basta!

Se si parla di Michelangelo, l’immediato pensiero corre alla Cappella Sistina, al Mosè, alla Pietà, ad una gran quantità di opere che hanno coperto ottant’anni di vita…. ma chi era Michelangelo???

Questa è una domanda che spesso non ci si pone, dando per scontato che le opere di una artista bastino da sole a parlare di lui. Mi sono avvicinata alla storia dell’arte ed a Michelangelo per curiosità, per averne anch’io ammirate le opere, per aver sentito parlare di lui; ma in anni di studio e grazie anche ai miei insegnanti, ho capito che conoscere bene un artista (o qualunque autore) senza conoscerne la vita è pura illusione. D’altronde, però, è anche vero che qui si parla di irrealtà, che con le illusioni hanno molto in comune…!

Detto questo, vorrei fare un gioco: immaginare Michelangelo non come l’artista ed il genio, ma come bambino, ragazzo, uomo… chissà che questo non ci aiuti meglio a capirlo, a capire le sue scelte e, perché no?!, a capire meglio le sue opere.

Michelangelo nasce a Caprese, un paesino toscano vicino Arezzo, il 6 marzo 1475: chiunque fosse appassionato d’astrologia, noterà che Michelangelo nacque sotto il segno dei Pesci, particolare simpatico in quanto si dice che chi nasce sotto questo segno abbia una spiccata propensione artistica… e Michelangelo sembra essere qui per ribadirlo! 🙂 La sua famiglia era fiorentina, relativamente benestante ed il padre era stato nominato podestà di Caprese; purtroppo, poco dopo la nascita di Michelangelo (secondogenito di cinque figli), la famiglia attraversò una grave crisi economica e fu costretta a tornare a Firenze, per la precisione a Settignano. Questo piccolo centro nella provincia fiorentina è particolarmente importante nella vita di Michelangelo, poiché qui egli viene affidato ad una balia.

 

In questo momento, le ricostruzioni biografiche di Vasari e la più moderna di Irving Stone ci vengono enormemente in aiuto per ricostruire uno scenario altrimenti nebuloso: la famiglia a cui Michelangelo viene affidato, dopo la morte della mamma, è composta da scalpellini. Michelangelo vive a contatto con altri bambini ed il padre (marito della sua balia) inizia ad affidare anche a lui pezzi di pietra serena (tipo di pietra di cui Firenze è quasi totalmente costruita) da scolpire e da decorare. E’ lo stesso Michelangelo ad affermare di essere cresciuto con latte impastato con la polvere di marmo; tuttavia, sappiamo bene che senza un terreno fertile come base, non sarebbero bastati tutti i marmi del mondo per fare di un bambino uno scultore!

Michelangelo ha talento, appare subito chiaro a tutti, tranne a suo padre, che nel corso della vita riverserà sul figlio solamente aspettative finanziarie, senza mai rendersi conto di chi fosse veramente suo figlio. Appassionato di disegno e di scultura, con mani esperte come quelle di un adulto nel corpo di un ragazzino, Michelangelo si reca a bottega insieme all’amico Francesco Granacci presso il Ghirlandaio, in quel momento uno dei maggiori artisti legati ai Medici.

L’apprendistato di Michelangelo è tortuoso e noto e poiché qui interessa notare l’aspetto principalmente umano dell’artista, soprassiederemo alle opere che egli realizza per parlare invece di chi incontrerà. Oltre all’amico che lo ha introdotto nell’ambiente, Michelangelo si trova circondato da ragazzi di ogni tipo, con ogni carattere e con diversi gradi di talento; il nostro artista in boccio non è uno sbruffone, anzi ha un temperamento piuttosto meditabondo e schivo, ma, come dice Vasari, ha la peculiarità di prendere in giro coloro che non gli vanno a genio. Una caratteristica in sé e per sé non così riprovevole, anzi piuttosto comune a molti ragazzi: purtroppo però, il “normale” carattere di Michelangelo si scontra con quello impetuoso di Pietro Torrigiano, un ragazzo che in seguito divenne scultore di buon livello ed accomunato a Michelangelo dall’ambizione. Durante un litigio, Michelangelo viene colpito dal Torrigiano sul naso: un pugno così forte da rompergli il naso ed alterargli per sempre il volto.

Dalle notizie raccolte nei secoli, sappiamo che per quanto Michelangelo coltivasse ideali di bellezza, egli per primo non fu bello; il pugno ricevuto da ragazzo contribuì a deturpare il suo viso ed il suo carattere, un po’ burbero, permaloso e chiuso quanto bastava, non aiutarono chi lo circondò ad avere vita facile. Ciò non toglie, comunque, che Michelangelo ebbe anche amici (per i quali valse l’inossidabile regola del “pochi ma buoni”): primo fra tutti Francesco Granacci, amico fin dall’infanzia; seguendo la ricostruzione di Irving Stone, Contessina, la figlia minore di Lorenzo il Magnifico; i vari artisti che nel tempo lo attorniarono, tra cui Daniele da Volterra (che verrà incaricato della vestizione dei nudi del Giudizio Universale e per questo si guadagnerà il soprannome di Braghettone) e Tommaso de’ Cavalieri; infine Vittoria Colonna, nobildonna romana a cui Michelangelo dedicherà vari sonetti e con la quale svilupperà un’amicizia molto profonda.

Se si volesse trattare un altro dei complicati rapporti (complicati tanto quanto lo fu lo stesso artista) che Michelangelo ebbe negli anni, non si può non accennare a Papa Giulio II, al secolo Giuliano della Rovere; grazie anche alla ricostruzione cinematografica del romanzo Il Tormento e l’Estasi di Irving Stone ed ai numerosi riferimenti fornitici da Vasari, sappiamo che il rapporto con l’impetuoso papa furono sempre burrascosi, a volte persino violenti (memorabile la bastonata sulla schiena che Michelangelo ricevette per essere intervenuto, non invitato e per giunta lamentandosi di non essere stato pagato, in un consiglio tra papa e vescovi), ma soprattutto basati sulla velata stima  reciproca.

Michelangelo fu un uomo profondamente religioso, che coltivò poche amicizie e sempre con una certa difficoltà, sempre rapito e distratto dall’amore per il proprio lavoro, costretto a trascurare i suoi simili e nel contempo non dimenticandoli mai, perché troppo orgoglioso di essere come loro; la religiosità diventa in Michelangelo strumento di esaltazione della grandiosità umana, una grandezza che egli non riuscirà mai a raggiungere fisicamente, ma che supererà e realizzarà con il potere di immaginazione e mente. Il volto deturpato dal pugno e la poca prestanza fisica contribuiscono a chiudere sempre più i fragili confini dell’autostima di Michelangelo ed a renderlo scontroso, difficile da avvicinare, ma sempre prezioso per chi infine riusciva ad essergli vicino.

Questo tratto del carattere di Michelangelo contribuisce a farcelo sentire molto più vicino, perché insieme a lui percepiamo la paura del confronto, il timore di venire rifiutati, la tentazione di barricarsi dietro un aspetto duro per schivare le sofferenze. In questo momento, non stiamo più parlando dell’artista della Cappella Sistina, bensì dell’uomo timido e leggermente spaventato, un uomo che se fosse qui con noi, circonderemmo con un grande abbraccio. Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo: considerare e parlare di Michelangelo come di un uomo qualunque, con le sue paure e con la sua storia. Non so se questo esperimento potrebbe risultare fastidioso od inopportuno: personalmente, ritengo che osservare l’arte da lontano senza pensare a chi l’ha creata e vissuta non contribuisce affatto a comprenderla ed amarla di più; immaginare una mano fermarsi sul marmo, stanca e rovinata, mi aiuta a capire il processo di creazione e l’amore che hanno prodotto l’opera che sto osservando, la fatica e l’abilità senza le quali quel blocco di marmo sarebbe rimasto un blocco di marmo.

E se ancora non si fosse contenti e si volesse accrescere la distanza che ora abbiamo diminuito, immaginate con me che l’abbraccio cui accennavamo prima sia creato da due braccia, chiamate CONSENSO e STIMA. Questo basterà per rassicurare il nostro timoroso Michelangelo: vi è un mondo intero che ama tanto lui quanto le sue opere; ed a chi non vuole essere incluso nel novero, possiamo solo dire… che non sa ciò che si perde!