Mosè: quando gli artisti non si accontentano

Come già accennato nella pagina SCULTURA, Michelangelo si dedicò compiutamente all’incarico della Tomba di Giulio II quando la sua età si era ormai fatta avanzata. Le precarie condizioni di salute non gli impedirono comunque di dedicarsi personalmente alle tre statue principali del monumento, ovvero RacheleLiaMosè.

In questa sede il dato veramente interessante riguarda il “protagonista” indiscusso della scena, ovvero il furibondo Mosè. Poiché, purtroppo, la Tomba di Giulio II non ha ottenuto un vero restauro fino a tempi molto recenti, si è scoperto in questi ultimi anni che Michelangelo lavorò alla statua di Mosè per ben due volte. Egli, infatti, avrebbe scolpito una prima statua negli anni precedenti al 1517: la figura di Mosè si presentava come un colosso assiso in trono, che rivolgeva uno sguardo frontale ai suoi osservatori. La statua di Mosè era stata in quel momento concepita per essere collocata in alto, probabilmente al secondo “piano” del monumento funebre: nella migliore delle tradizioni, che si potrebbe persino rimandare alle raffigurazioni dei faraoni egizi, Mosè era progettato per essere osservato dal basso e dunque il suo sguardo, se non poteva rivolgersi verso il basso, era necessariamente rivolto frontalmente.

Il tempo e la storia non si trovarono concordi con l’impianto iniziale che Michelangelo aveva pensato per Mosè: quando Papa Giulio II morì, i suoi eredi obbligarono Michelangelo a restringere drasticamente il suo progetto, fino alla versione definitiva del 1542, quando del glorioso folto di quaranta statue iniziale non rimaneva che una tomba a parete con alcune, seppur colossali, statue ad arricchirla. Poiché la statua di Mosè non poteva più collocarsi in alto come era stato progettato all’inizio e doveva invece occupare lo spazio frontale, vuoto, della Tomba, la sua figura immobile non soddisfaceva più Michelangelo. Le sue esperienze artistiche fino al 1542 avevano sviluppato in lui non solo l’attenzione al particolare anatomico, ma anche il desiderio di rendere il dinamismo nelle proprie statue. Un freddo ed immoto gigante marmoreo non poteva più accontentare le aspettative di Michelangelo.

Come Alberto Angela mostra in una delle puntate di “Superquark“, Michelangelo modificò la statua di Mosè, ricavandone l’attuale naso dalla guancia sinistra. Inoltre, per aggiungere dinamismo e logica al movimento che egli aveva creato, Michelangelo definì meglio la barba di Mosè, spostando alcuni grandi riccioli verso destra: l’osservatore potrebbe seguire il gioco di Michelangelo e spiegare la posizione della barba con un colpo di vento. Profondamente fuor di metafora, la barba frontale del primo Mosè non disponeva probabilmente di moltissimo marmo con cui lavorare e Michelangelo dovette arricchire la barba esistente per non far riscontrare alcuna imperfezione all’osservatore. Egli, inoltre, modificò la posizione del trono, spostandolo leggermente verso destra e la fascia del vestito del patriarca, che, posizionandosi dietro la statua per il restauro, risultò frontale all’osservatore. Il busto di Mosè non evidenzia alcuna fascia frontale ed inoltre, esso era stato troppo ben definito per poter essere modificato. I cambiamenti già apportati, comunque, non potevano essere sufficienti ad uno scultore esigente.

Le gambe di Mosè si trovavano naturalmente ad essere frontali, come quelle di qualunque persona seduta. Michelangelo rimodellò il marmo del ginocchio sinistro, rimpicciolendolo di quasi sei centimetri e portandolo a retrocedere fin a dover collocare il rispettivo piede quasi sotto il corpo il della statua. Tuttavia, chiunque si sarebbe accorto della forte sproporzione tra le due ginocchia e Michelangelo, per evitare che ciò accadesse, rivestì il ginocchio destro con un elaborato panneggio, che per la sua eleganza cattura immediatamente l’attenzione e l’ammirazione dell’osservatore, portandolo a trascurare il ginocchio sinistro e la sua affascinante vicenda.

La storia del Mosè di Michelangelo, da sempre oggetto di aneddoti e teorie, trova qui la sua giusta sintesi: Mosè non è una “semplice” statua, ma, per dirla con Hegel, il superamento includente della crescita artistica di Michelangelo. Egli non ebbe né poté avere il coraggio di eliminare totalmente il frutto del proprio lavoro giovanile, ma, forte dell’esperienza accumulata nel tempo, poté aggiungervi quegli elementi di maturità ed auto-critica che rendono Mosè una delle statue più discusse e complete della storia. Discussa, perché molteplici sono le interpretazioni e le storie che la riguardano. Completa, perché in essa si riassumono la crescita e la maturazione di un artista.

Per vedere la puntata di Superquark a cui si fa qui riferimento, cliccare qui: http://www.youtube.com/watch?v=GBkF_7jzXsA

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Un po’ di gossip… quanto basta!

Se si parla di Michelangelo, l’immediato pensiero corre alla Cappella Sistina, al Mosè, alla Pietà, ad una gran quantità di opere che hanno coperto ottant’anni di vita…. ma chi era Michelangelo???

Questa è una domanda che spesso non ci si pone, dando per scontato che le opere di una artista bastino da sole a parlare di lui. Mi sono avvicinata alla storia dell’arte ed a Michelangelo per curiosità, per averne anch’io ammirate le opere, per aver sentito parlare di lui; ma in anni di studio e grazie anche ai miei insegnanti, ho capito che conoscere bene un artista (o qualunque autore) senza conoscerne la vita è pura illusione. D’altronde, però, è anche vero che qui si parla di irrealtà, che con le illusioni hanno molto in comune…!

Detto questo, vorrei fare un gioco: immaginare Michelangelo non come l’artista ed il genio, ma come bambino, ragazzo, uomo… chissà che questo non ci aiuti meglio a capirlo, a capire le sue scelte e, perché no?!, a capire meglio le sue opere.

Michelangelo nasce a Caprese, un paesino toscano vicino Arezzo, il 6 marzo 1475: chiunque fosse appassionato d’astrologia, noterà che Michelangelo nacque sotto il segno dei Pesci, particolare simpatico in quanto si dice che chi nasce sotto questo segno abbia una spiccata propensione artistica… e Michelangelo sembra essere qui per ribadirlo! 🙂 La sua famiglia era fiorentina, relativamente benestante ed il padre era stato nominato podestà di Caprese; purtroppo, poco dopo la nascita di Michelangelo (secondogenito di cinque figli), la famiglia attraversò una grave crisi economica e fu costretta a tornare a Firenze, per la precisione a Settignano. Questo piccolo centro nella provincia fiorentina è particolarmente importante nella vita di Michelangelo, poiché qui egli viene affidato ad una balia.

 

In questo momento, le ricostruzioni biografiche di Vasari e la più moderna di Irving Stone ci vengono enormemente in aiuto per ricostruire uno scenario altrimenti nebuloso: la famiglia a cui Michelangelo viene affidato, dopo la morte della mamma, è composta da scalpellini. Michelangelo vive a contatto con altri bambini ed il padre (marito della sua balia) inizia ad affidare anche a lui pezzi di pietra serena (tipo di pietra di cui Firenze è quasi totalmente costruita) da scolpire e da decorare. E’ lo stesso Michelangelo ad affermare di essere cresciuto con latte impastato con la polvere di marmo; tuttavia, sappiamo bene che senza un terreno fertile come base, non sarebbero bastati tutti i marmi del mondo per fare di un bambino uno scultore!

Michelangelo ha talento, appare subito chiaro a tutti, tranne a suo padre, che nel corso della vita riverserà sul figlio solamente aspettative finanziarie, senza mai rendersi conto di chi fosse veramente suo figlio. Appassionato di disegno e di scultura, con mani esperte come quelle di un adulto nel corpo di un ragazzino, Michelangelo si reca a bottega insieme all’amico Francesco Granacci presso il Ghirlandaio, in quel momento uno dei maggiori artisti legati ai Medici.

L’apprendistato di Michelangelo è tortuoso e noto e poiché qui interessa notare l’aspetto principalmente umano dell’artista, soprassiederemo alle opere che egli realizza per parlare invece di chi incontrerà. Oltre all’amico che lo ha introdotto nell’ambiente, Michelangelo si trova circondato da ragazzi di ogni tipo, con ogni carattere e con diversi gradi di talento; il nostro artista in boccio non è uno sbruffone, anzi ha un temperamento piuttosto meditabondo e schivo, ma, come dice Vasari, ha la peculiarità di prendere in giro coloro che non gli vanno a genio. Una caratteristica in sé e per sé non così riprovevole, anzi piuttosto comune a molti ragazzi: purtroppo però, il “normale” carattere di Michelangelo si scontra con quello impetuoso di Pietro Torrigiano, un ragazzo che in seguito divenne scultore di buon livello ed accomunato a Michelangelo dall’ambizione. Durante un litigio, Michelangelo viene colpito dal Torrigiano sul naso: un pugno così forte da rompergli il naso ed alterargli per sempre il volto.

Dalle notizie raccolte nei secoli, sappiamo che per quanto Michelangelo coltivasse ideali di bellezza, egli per primo non fu bello; il pugno ricevuto da ragazzo contribuì a deturpare il suo viso ed il suo carattere, un po’ burbero, permaloso e chiuso quanto bastava, non aiutarono chi lo circondò ad avere vita facile. Ciò non toglie, comunque, che Michelangelo ebbe anche amici (per i quali valse l’inossidabile regola del “pochi ma buoni”): primo fra tutti Francesco Granacci, amico fin dall’infanzia; seguendo la ricostruzione di Irving Stone, Contessina, la figlia minore di Lorenzo il Magnifico; i vari artisti che nel tempo lo attorniarono, tra cui Daniele da Volterra (che verrà incaricato della vestizione dei nudi del Giudizio Universale e per questo si guadagnerà il soprannome di Braghettone) e Tommaso de’ Cavalieri; infine Vittoria Colonna, nobildonna romana a cui Michelangelo dedicherà vari sonetti e con la quale svilupperà un’amicizia molto profonda.

Se si volesse trattare un altro dei complicati rapporti (complicati tanto quanto lo fu lo stesso artista) che Michelangelo ebbe negli anni, non si può non accennare a Papa Giulio II, al secolo Giuliano della Rovere; grazie anche alla ricostruzione cinematografica del romanzo Il Tormento e l’Estasi di Irving Stone ed ai numerosi riferimenti fornitici da Vasari, sappiamo che il rapporto con l’impetuoso papa furono sempre burrascosi, a volte persino violenti (memorabile la bastonata sulla schiena che Michelangelo ricevette per essere intervenuto, non invitato e per giunta lamentandosi di non essere stato pagato, in un consiglio tra papa e vescovi), ma soprattutto basati sulla velata stima  reciproca.

Michelangelo fu un uomo profondamente religioso, che coltivò poche amicizie e sempre con una certa difficoltà, sempre rapito e distratto dall’amore per il proprio lavoro, costretto a trascurare i suoi simili e nel contempo non dimenticandoli mai, perché troppo orgoglioso di essere come loro; la religiosità diventa in Michelangelo strumento di esaltazione della grandiosità umana, una grandezza che egli non riuscirà mai a raggiungere fisicamente, ma che supererà e realizzarà con il potere di immaginazione e mente. Il volto deturpato dal pugno e la poca prestanza fisica contribuiscono a chiudere sempre più i fragili confini dell’autostima di Michelangelo ed a renderlo scontroso, difficile da avvicinare, ma sempre prezioso per chi infine riusciva ad essergli vicino.

Questo tratto del carattere di Michelangelo contribuisce a farcelo sentire molto più vicino, perché insieme a lui percepiamo la paura del confronto, il timore di venire rifiutati, la tentazione di barricarsi dietro un aspetto duro per schivare le sofferenze. In questo momento, non stiamo più parlando dell’artista della Cappella Sistina, bensì dell’uomo timido e leggermente spaventato, un uomo che se fosse qui con noi, circonderemmo con un grande abbraccio. Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo: considerare e parlare di Michelangelo come di un uomo qualunque, con le sue paure e con la sua storia. Non so se questo esperimento potrebbe risultare fastidioso od inopportuno: personalmente, ritengo che osservare l’arte da lontano senza pensare a chi l’ha creata e vissuta non contribuisce affatto a comprenderla ed amarla di più; immaginare una mano fermarsi sul marmo, stanca e rovinata, mi aiuta a capire il processo di creazione e l’amore che hanno prodotto l’opera che sto osservando, la fatica e l’abilità senza le quali quel blocco di marmo sarebbe rimasto un blocco di marmo.

E se ancora non si fosse contenti e si volesse accrescere la distanza che ora abbiamo diminuito, immaginate con me che l’abbraccio cui accennavamo prima sia creato da due braccia, chiamate CONSENSO e STIMA. Questo basterà per rassicurare il nostro timoroso Michelangelo: vi è un mondo intero che ama tanto lui quanto le sue opere; ed a chi non vuole essere incluso nel novero, possiamo solo dire… che non sa ciò che si perde!