L’attentato alla Pietà

Domenica 21 maggio 1972. Ore 11.30.

L’atmosfera nella basilica romana di San Pietro è la solita, distesa e confusionaria quanto basta. Ad ogni modo, questa non è né sarà una domenica come le altre. Un uomo si avvicina alla cappella da cui si affaccia la Pietà di Michelangelo e comincia a colpirla con un martello. Questo evento, apparentemente non discosto dal puro vandalismo, innesca una lunga serie di eventi.

Il primo è certamente il discorso che Papa Paolo VI tenne, in conseguenza dell’accaduto; il pontefice considerò l’atto compiuto da quest’uomo un “attentato” in piena regola e, nel suo discorso, imputò la ragione di questo orribile evento al cambiamento dei tempi, all’introduzione di nuove politiche, al fatto che la Chiesa fosse sempre più tenuta in disparte negli animi della gente.

Il secondo importante evento, quello che in questa sede ci riguarda ed interessa di più, è certamente il restauro che si rese necessario dopo l'”attentato”: i danni che la Pietà subì riguardavano la lesione di un pezzo della palpebra sinistra, il troncamento di parte del naso e del braccio sinistro. La parte più delicata del restauro coinvolse la palpebra sinistra, i cui frammenti erano davvero microscopici; si tentò, dunque, di riunirli insieme e, dopo aver preparato una base sull’occhio di Maria per incollarli e non farli spostare, li si applicò con delicatezza sulla palpebra “ferita” della statua. Stesso procedimento fu richiesto dal naso, la cui punta era stata staccata con violenza.

Danni importanti erano stati subiti anche dal braccio, che non solo era stato tranciato di netto dalla statua, ma la cui mano era andata in pezzi. Tramite punteruoli di ferro, le parti delle dita della mano sinistra furono ricomposte e riunite: la mano sinistra di Maria, la mano sconvolta per la tragedia della perdita del Figlio e sconvolta ancora per essere stata oggetto di violenza inaudita, venne riunita al braccio e, tramite magistrali lavori di restauro, poté tornare al suo posto sulla statua.

Ciò che davvero spaventa e lascia increduli di fronte a questo evento è vedere la violenza riversarsi non più solo sulle persone, ma persino sulle opere d’arte. Mutilare un’opera d’arte significa offenderne il significato, la memoria, distruggere qualcosa che per propria natura non può ovviamente difendersi; non si può più parlare di semplice aggressione, quanto di profanazione. Il discorso di Papa Paolo VI, a prescindere dalle sue implicazioni sociali e politiche, potrebbe in questa sede essere riassunto così: temete chi aggredisce le persone, ma temete soprattutto chi aggredisce i simboli, le idee ed i messaggi. La fortuna della Pietà di Michelangelo è stata l’avere a disposizione una schiera di restauratori solo per lei, disposti a trascorrere giornate intere tra la polvere di marmo e le lenti d’ingrandimento, perché a volte i danni maggiori sono quelli che a prima vista appaiono più trascurabili. Il danno maggiore, quello che lì per lì apparve più trascurabile, trovò la sua immediata conseguenza nella teca di vetro in cui la Pietà si trova da allora, protetta dalla vicinanza dei visitatori dal vetro infrangibile e dalla distanza. Il danno maggiore, quello che abbiamo pagato tutti da allora fino ad adesso, è stato la possibilità di interagire da vicino con un’opera grandiosa, che non ha eguali in tutto il mondo.

 

 

 

 

Questa primavera mi è capitato di vedere alla televisione un documentario che trattava proprio del restauro alla Pietà, completato con estrema velocità a seguito dell’incidente. All’epoca, alcuni proposero di effettuare sull’opera di Michelangelo un restauro parziale, così da conservare non solo il valore storico dell’opera, ma anche quello della violenza da essa subita. Per quanto poco possa contare la mia personale opinione, anche sulla base di ciò che il documentario mostrava, trovo che il vero valore storico della Pietà sia stato mantenuto anche dal grandioso atto d’amore dei restauratori, che non si arresero a lasciare mutilata un’opera per conservare il ricordo di una violenza. Un’opera come la Pietà, come sempre si è detto riguardo ad essa, è un tale risultato di amore che nessuna violenza, di alcun tipo, può offuscare. 

 

Questo è il link che ripropone una parte del documentario in questione, intitolato “La violenza e la pietà”: https://www.youtube.com/watch?v=5ei8KkxsG30

 

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Un po’ di gossip… quanto basta!

Se si parla di Michelangelo, l’immediato pensiero corre alla Cappella Sistina, al Mosè, alla Pietà, ad una gran quantità di opere che hanno coperto ottant’anni di vita…. ma chi era Michelangelo???

Questa è una domanda che spesso non ci si pone, dando per scontato che le opere di una artista bastino da sole a parlare di lui. Mi sono avvicinata alla storia dell’arte ed a Michelangelo per curiosità, per averne anch’io ammirate le opere, per aver sentito parlare di lui; ma in anni di studio e grazie anche ai miei insegnanti, ho capito che conoscere bene un artista (o qualunque autore) senza conoscerne la vita è pura illusione. D’altronde, però, è anche vero che qui si parla di irrealtà, che con le illusioni hanno molto in comune…!

Detto questo, vorrei fare un gioco: immaginare Michelangelo non come l’artista ed il genio, ma come bambino, ragazzo, uomo… chissà che questo non ci aiuti meglio a capirlo, a capire le sue scelte e, perché no?!, a capire meglio le sue opere.

Michelangelo nasce a Caprese, un paesino toscano vicino Arezzo, il 6 marzo 1475: chiunque fosse appassionato d’astrologia, noterà che Michelangelo nacque sotto il segno dei Pesci, particolare simpatico in quanto si dice che chi nasce sotto questo segno abbia una spiccata propensione artistica… e Michelangelo sembra essere qui per ribadirlo! 🙂 La sua famiglia era fiorentina, relativamente benestante ed il padre era stato nominato podestà di Caprese; purtroppo, poco dopo la nascita di Michelangelo (secondogenito di cinque figli), la famiglia attraversò una grave crisi economica e fu costretta a tornare a Firenze, per la precisione a Settignano. Questo piccolo centro nella provincia fiorentina è particolarmente importante nella vita di Michelangelo, poiché qui egli viene affidato ad una balia.

 

In questo momento, le ricostruzioni biografiche di Vasari e la più moderna di Irving Stone ci vengono enormemente in aiuto per ricostruire uno scenario altrimenti nebuloso: la famiglia a cui Michelangelo viene affidato, dopo la morte della mamma, è composta da scalpellini. Michelangelo vive a contatto con altri bambini ed il padre (marito della sua balia) inizia ad affidare anche a lui pezzi di pietra serena (tipo di pietra di cui Firenze è quasi totalmente costruita) da scolpire e da decorare. E’ lo stesso Michelangelo ad affermare di essere cresciuto con latte impastato con la polvere di marmo; tuttavia, sappiamo bene che senza un terreno fertile come base, non sarebbero bastati tutti i marmi del mondo per fare di un bambino uno scultore!

Michelangelo ha talento, appare subito chiaro a tutti, tranne a suo padre, che nel corso della vita riverserà sul figlio solamente aspettative finanziarie, senza mai rendersi conto di chi fosse veramente suo figlio. Appassionato di disegno e di scultura, con mani esperte come quelle di un adulto nel corpo di un ragazzino, Michelangelo si reca a bottega insieme all’amico Francesco Granacci presso il Ghirlandaio, in quel momento uno dei maggiori artisti legati ai Medici.

L’apprendistato di Michelangelo è tortuoso e noto e poiché qui interessa notare l’aspetto principalmente umano dell’artista, soprassiederemo alle opere che egli realizza per parlare invece di chi incontrerà. Oltre all’amico che lo ha introdotto nell’ambiente, Michelangelo si trova circondato da ragazzi di ogni tipo, con ogni carattere e con diversi gradi di talento; il nostro artista in boccio non è uno sbruffone, anzi ha un temperamento piuttosto meditabondo e schivo, ma, come dice Vasari, ha la peculiarità di prendere in giro coloro che non gli vanno a genio. Una caratteristica in sé e per sé non così riprovevole, anzi piuttosto comune a molti ragazzi: purtroppo però, il “normale” carattere di Michelangelo si scontra con quello impetuoso di Pietro Torrigiano, un ragazzo che in seguito divenne scultore di buon livello ed accomunato a Michelangelo dall’ambizione. Durante un litigio, Michelangelo viene colpito dal Torrigiano sul naso: un pugno così forte da rompergli il naso ed alterargli per sempre il volto.

Dalle notizie raccolte nei secoli, sappiamo che per quanto Michelangelo coltivasse ideali di bellezza, egli per primo non fu bello; il pugno ricevuto da ragazzo contribuì a deturpare il suo viso ed il suo carattere, un po’ burbero, permaloso e chiuso quanto bastava, non aiutarono chi lo circondò ad avere vita facile. Ciò non toglie, comunque, che Michelangelo ebbe anche amici (per i quali valse l’inossidabile regola del “pochi ma buoni”): primo fra tutti Francesco Granacci, amico fin dall’infanzia; seguendo la ricostruzione di Irving Stone, Contessina, la figlia minore di Lorenzo il Magnifico; i vari artisti che nel tempo lo attorniarono, tra cui Daniele da Volterra (che verrà incaricato della vestizione dei nudi del Giudizio Universale e per questo si guadagnerà il soprannome di Braghettone) e Tommaso de’ Cavalieri; infine Vittoria Colonna, nobildonna romana a cui Michelangelo dedicherà vari sonetti e con la quale svilupperà un’amicizia molto profonda.

Se si volesse trattare un altro dei complicati rapporti (complicati tanto quanto lo fu lo stesso artista) che Michelangelo ebbe negli anni, non si può non accennare a Papa Giulio II, al secolo Giuliano della Rovere; grazie anche alla ricostruzione cinematografica del romanzo Il Tormento e l’Estasi di Irving Stone ed ai numerosi riferimenti fornitici da Vasari, sappiamo che il rapporto con l’impetuoso papa furono sempre burrascosi, a volte persino violenti (memorabile la bastonata sulla schiena che Michelangelo ricevette per essere intervenuto, non invitato e per giunta lamentandosi di non essere stato pagato, in un consiglio tra papa e vescovi), ma soprattutto basati sulla velata stima  reciproca.

Michelangelo fu un uomo profondamente religioso, che coltivò poche amicizie e sempre con una certa difficoltà, sempre rapito e distratto dall’amore per il proprio lavoro, costretto a trascurare i suoi simili e nel contempo non dimenticandoli mai, perché troppo orgoglioso di essere come loro; la religiosità diventa in Michelangelo strumento di esaltazione della grandiosità umana, una grandezza che egli non riuscirà mai a raggiungere fisicamente, ma che supererà e realizzarà con il potere di immaginazione e mente. Il volto deturpato dal pugno e la poca prestanza fisica contribuiscono a chiudere sempre più i fragili confini dell’autostima di Michelangelo ed a renderlo scontroso, difficile da avvicinare, ma sempre prezioso per chi infine riusciva ad essergli vicino.

Questo tratto del carattere di Michelangelo contribuisce a farcelo sentire molto più vicino, perché insieme a lui percepiamo la paura del confronto, il timore di venire rifiutati, la tentazione di barricarsi dietro un aspetto duro per schivare le sofferenze. In questo momento, non stiamo più parlando dell’artista della Cappella Sistina, bensì dell’uomo timido e leggermente spaventato, un uomo che se fosse qui con noi, circonderemmo con un grande abbraccio. Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo: considerare e parlare di Michelangelo come di un uomo qualunque, con le sue paure e con la sua storia. Non so se questo esperimento potrebbe risultare fastidioso od inopportuno: personalmente, ritengo che osservare l’arte da lontano senza pensare a chi l’ha creata e vissuta non contribuisce affatto a comprenderla ed amarla di più; immaginare una mano fermarsi sul marmo, stanca e rovinata, mi aiuta a capire il processo di creazione e l’amore che hanno prodotto l’opera che sto osservando, la fatica e l’abilità senza le quali quel blocco di marmo sarebbe rimasto un blocco di marmo.

E se ancora non si fosse contenti e si volesse accrescere la distanza che ora abbiamo diminuito, immaginate con me che l’abbraccio cui accennavamo prima sia creato da due braccia, chiamate CONSENSO e STIMA. Questo basterà per rassicurare il nostro timoroso Michelangelo: vi è un mondo intero che ama tanto lui quanto le sue opere; ed a chi non vuole essere incluso nel novero, possiamo solo dire… che non sa ciò che si perde!