La Creazione di Adamo: tra storia dell’arte, mito e filosofia

Fra tutte le fasce della volta della Cappella Sistina, quella che probabilmente attira e ha sempre attirato di più l’attenzione dei visitatori è la quarta, quella che Michelangelo dedicò alla Creazione di Adamo. In questa fascia, Michelangelo raffigura Adamo disteso su un pendio erboso, mentre il Signore, scortato dalla corte angelica, si avvicina alla terra e protende la mano verso Adamo. Come in quasi tutte le opere pittoriche di Michelangelo, lo sfondo riveste un ruolo talmente marginale che, nella Creazione di Adamo, si compone solamente di una fascia di terra e del cielo, nel quale il Signore e gli angeli si stanno spostando. Il centro narrativo della scena è senza dubbio l’avvicinamento delle mani del Signore e di Adamo; ancora una volta, il fulcro dell’arte michelangiolesca rimane l’Uomo in tutte le sue forme e dunque il vero protagonista della scena, più che Adamo in sé, è il contatto tra l’Uomo e il divino.

Oltre alla descrizione strettamente artistica dell’opera, in questa sede è interessante analizzare una delle interpretazioni che sono state avanzate nel corso degli anni sulla Creazione di Adamo: nel 1990, infatti, il neurologo statunitense Frank Lynn Meshberger, pubblicò sulla rivista “Journal of American Medical Association” uno studio che egli aveva condotto sulla quarta fascia della Cappella Sistina. Secondo le sue ricerche, il mantello e la corte angelica che circondano la figura del Signore corrisponderebbe alla sezione trasversale di un cervello umano. A seguito di accurate ricerche e confronti tra l’anatomia umana e l’opera di Michelangelo, si è notata una reale spiccata somiglianza tra il cervello umano e la raffigurazione michelangiolesca: molte, dunque, sono state le ipotesi riguardanti i motivi che avrebbero spinto Michelangelo a scegliere questo tipo di raffigurazione e le possibili implicazioni teoriche di tale scelta.

Se la presunta preferenza di Michelangelo per una forma che assomigliasse ad un cervello umano fosse confermata, si potrebbe ragionevolmente affermare che l’artista non avesse che da scegliere tra i molteplici stimoli che lo circondavano e che la sua scelta sarebbe potuta essere “pilotata” dalle sue molte conoscenze in ambito letterario-filosofico. Durante il suo soggiorno fiorentino presso la famiglia dei Medici, infatti, Michelangelo ebbe l’opportunità di entrare in contatto con grandi pensatori del suo tempo, quali Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. I filosofi di cui Lorenzo il Magnifico si circondava provenivano tutti dalla scuola rinascimentale neo-platonica, che collocava proprio nel cervello il centro del pensiero e della coordinazione delle azioni umane. Coadiuvato dal punto di vista tecnico dai suoi brevi studi di sezionamento dei cadaveri, per comprendere e riprodurre al meglio l’anatomia umana, Michelangelo avrebbe potuto ispirarsi alle teorie neoplatoniche dei suoi illustri amici e collocare un riferimento neoplatonico nella Creazione di Adamo. La filosofia neoplatonica, infatti, riprendeva moltissimi dei tratti del platonismo e li congiungeva al cristianesimo; non per niente Platone, prima fonte ispiratrice della filosofia rinascimentale, veniva spesso considerato come uno tra i filosofi che anticiparono il cristianesimo.

Date le sue competenze e le indubbie doti tecniche, Michelangelo non avrebbe avuto alcuna difficoltà nel rendere il compatto nucleo del Signore, del Suo mantello e degli angeli come un cervello. Detto questo, la questione che sorge ora è l’interpretazione che si dovrebbe assegnare ad una tale scelta.

Alcune scuole di pensiero ritengono che Michelangelo avrebbe raffigurato il Signore all’interno di un cervello umano per inserire l’intelligenza tra i molteplici doni del Creatore all’umanità; tramite questa interpretazione, tuttavia, si andrebbe in parte a negare la fonte ispiratrice della scuola neoplatonica, per la quale affermare che l’intelligenza costituisca solo un dono sarebbe quanto mai riduttivo. Il Neoplatonismo (insieme naturalmente al suo predecessore, il Platonismo) riteneva che l’intelligenza e la razionalità fossero il risultato di un lungo percorso di sforzi, non certo un regalo: un’interpretazione di questo tipo, per quanto potenzialmente corretta (come d’altronde, sarà bene  ribadirlo, tutte le interpretazioni a posteriori su Michelangelo), sembra quasi contraddire il mito della caverna di Platone e tutti gli sforzi che l’Uomo greco doveva compiere per superare il velo delle apparenze.

Un’interpretazione forse più convincente è quella secondo cui Michelangelo avrebbe scelto di rendere la figura del Signore all’interno di un cervello per affermare che l’intera mole delle idee umane risultino già espresse in Dio. Questa interpretazione tiene conto non soltanto della profonda religiosità che sempre caratterizzò Michelangelo, ma anche del suo legame con la scuola neoplatonica: il riferimento chiaro di questa interpretazione, infatti, rimanda alle Idee platoniche, gli stampi che rendono la nostra realtà visibile. Ciò che l’uomo comune percepisce non è altro che copia di un modello più alto, che Platone rintracciò nelle Idee ed il Cristianesimo in Dio: pur non condividendo la base teologica, entrambe le correnti di pensiero si riassumono nell’opera di Michelangelo come presenza di Dio e dell’intelletto nella mente umana. Sia Platone sia il Cristianesimo forniscono una risposta precisa all’uomo che ricerca la verità: le Idee e Dio sono la matrice della realtà ed il nostro mezzo per modificarla, un mezzo che, nell’affresco di Michelangelo, si avvicina lentamente ad Adamo, per rendere l’idea di quanto lento e graduale sia il percorso umano verso la sapienza. Una sapienza che spesso, forse senza accorgercene, possediamo già in fieri.

Qual è, in conclusione, la vera interpretazione da ascrivere alla Creazione di Adamo, realizzata da Michelangelo? Nessuno potrà mai essere matematicamente sicuro della propria interpretazione, l’elemento affascinante di opere d’arte tanto antiche consiste proprio nella certezza che nessuno potrà confermare o smentire appieno le nostre opinioni. Ciò che si può fare, in casi come questi, è affidarsi ai riferimenti storici e bibliografici dell’artista in questione, che spesso spiegano molte più cose di quanto si creda. Al di là delle sue molteplici vie interpretative, la narrazione della quarta fascia della Cappella Sistina, pur non connotata da eventi grandiosi a livello scenografico, esprime con la semplicità il massimo dell’arte: l’importanza dell’Uomo nel mondo; il viaggio che egli deve compiere, nonostante i molteplici ostacoli del cammino; il raggiungimento della sapienza. La sapienza… in fondo, cos’è la sapienza?

Se volessimo avvicinarci alle interpretazioni sopra elencate, si potrebbe dire che il massimo concetto di sapienza sia il conoscere le vere matrici della nostra realtà, rispettarle ed agire affinché esse, non le effimere apparenze che ci circondano, possano diventare la realtà. Un percorso umano, filosofico, eminentemente artistico per rendere reali le irrealtà visibili.

Il Tormento e l’Estasi: quando la storia diventa romanzo

Nel 1961, l’autore statunitense Irving Stone pubblica un romanzo, intitolato The Agony and the Ecstasy, meglio noto al pubblico italiano come Il Tormento e l’EstasiIn questo romanzo, Stone ripercorre la vita di Michelangelo dalla sua infanzia, seguendo gli incontri e le vicissitudini della sua esistenza, così come il titolo stesso dell’opera ci lascia intendere. Il tormento e l’estasi sono probabilmente i concetti chiave dell’esistenza stessa di Michelangelo: il primo si riferisce alle sue lotte continue, innanzitutto con se stesso e con le sue altissime aspettative, che non gli permisero mai di realizzare nulla che non rispondesse alla perfezione. Con buona approssimazione, il concetto di estasi non si riferisce solo a Michelangelo, quanto all’effetto incredibile che le sue opere sortivano (e sortiscono!) sul pubblico: la vera estasi di Michelangelo non si verificava ad opera compiuta, bensì nell’intero processo creativo, quando l’opera si allontanava lentamente dalla sua condizione di irrealtà e diveniva una presenza concreta. Sicuramente anche l’autore tenne conto di queste considerazioni e, per renderle ancora più verosimili, si basò sulle testimonianze storiche della vita di Michelangelo, forniteci in primis da Giorgio Vasari, poi da Ascanio Condivi e da Pietro Aretino. Il risultato è un romanzo biografico di altissimo livello, che offre al lettore l’incredibile opportunità di sentirsi più vicino ad un personaggio tanto grandioso quanto lontano come è Michelangelo.

Nel 1965, per la regia di Carol Reed, esce nelle sale il film omonimo, tratto dal romanzo di Irving Stone, a cui partecipano grandi attori quali Rex Harrison (nei panni di Giulio II) e Charlton Heston (nei panni di Michelangelo). Per ragioni di lunghezza, il regista decise di scegliere una parte del romanzo di Irving Stone ed incentrare su di essa la trama del film: la sua scelta ricadde sui lavori romani della Cappella Sistina e sulle vicissitudini che impegnarono Michelangelo fino a quando essa non fu conclusa.

La storia e gli episodi che vengono narrati sono direttamente tratti dalla biografia di Michelangelo: Giulio II incarica Michelangelo di affrescare la volta della Cappella Sistina ed egli, con estrema malavoglia, si mette al lavoro. L’intero procedimento della decorazione della volta dura quattro anni, alla fine dei quali Michelangelo riportò dei gravi danni alla vista (causati dal colore che scolava dal soffitto nei suoi occhi) e che lo condizionarono tanto, da influenzare la maggior parte delle sue opere successive. Nelle fatiche di Michelangelo si inseriscono i litigi con Giulio II, le campagne belliche del papa rinascimentale contro Bologna, i problemi relativi ai pagamenti… se è vero che il romanzo di Irving Stone ripercorre con estrema accuratezza la vita di Michelangelo, è altrettanto vero che lo spaccato analizzato dal film concorre con il libro per attenzione. Inoltre, il grande pregio di questa pellicola è non soltanto quello di fornirci un resoconto visivo ed immediato (la cui fruizione può naturalmente essere apprezzata anche dai bambini) ma anche quello di montare un personaggio reale e concreto prima da una figura di “carta”, poi da un vero mito della nostra storia.

Il Michelangelo interpretato da Charlton Heston non è affatto una figura mitologica: l’interpretazione dell’attore americano contribuisce a collocare la figura di Michelangelo su un piano molto più familiare ed accessibile. Il personaggio del film rende con esattezza quale, secondo i biografi rinascimentali, dovesse essere il carattere di Michelangelo: burbero, scontroso, permaloso, spesso in lotta con gli altri e con se stesso. Tramite il film, l’aura di intoccabilità e di profonda lontananza che da sempre ha avvolto la figura di Michelangelo viene a cadere, per lasciare il posto ad un personaggio vivido e reale, con il quale potremmo trovarci d’accordo o battibeccare. Pur non rifiutando le atmosfere d’epoca, Il Tormento e l’Estasi costituisce il tramite ideale tra la storia, ciò che da sempre viene insegnato ed un approccio più intimo ad un personaggio famoso, che nonostante la sua indiscussa grandezza non perde mai di vista il realismo e la fedeltà alla sua illustre fonte d’ispirazione. Permettiamo a Michelangelo di scendere per un paio d’ore dal suo piedistallo e di avvicinarsi a noi; ascoltiamolo lamentarsi e borbottare, et voilà!, avremo l’esatta percezione di cosa significhi produrre un film di alto livello e dell’uomo, l’uomo vero e non l’artista, che Michelangelo probabilmente fu.

500 ANNI di Cappella Sistina!!!

E’ giusto, abbiamo già parlato della Cappella Sistina nella pagine dedicata alla PITTURA, ma… dovremo parlarne di nuovo, poiché oggi, 31 ottobre 2012, la Cappella Sistina compie 500 anni!!!

In verità gli anni che compie non sono proprio esatti, bisogna specificare che la volta della Cappella Sistina compie cinquecento anni. Infatti, grazie a Giorgio Vasari ed alcune delle lettere che Michelangelo spedì negli anni, conosciamo le precise date di crescita di questa fantastica opera: è Michelangelo stesso dirci di averla iniziata il 10 maggio 1508 ed è Vasari a dirci che la volta  venne scoperta il 31 ottobre del 1512 ed il giorno successivo, festa di Ognissanti, Papa Giulio II poté svolgere la Messa nella Cappella finalmente affrescata. E’ senza dubbio interessante la notizia secondo cui Papa Benedetto XVI abbia deciso di celebrare la Messa di Ognissanti secondo il cerimoniale rinascimentale, così da ricordare ancor meglio questo importante compleanno.

E’ universalmente noto come la Cappella Sistina abbia da sempre attirato turismo, fantasia e dibattito; le famosissime fasce del soffitto e la storia che esse ripercorrono sono uno tra i più alti esempi di pittura di tutti i tempi, condite da un valore molto misterioso in quanto nessuno è mai riuscito a capirne fino in fondo il significato. Questo aspetto così misterioso ed affascinante dell’opera è stato argomento principale della puntata del 26 ottobre scorso del programma “Voyager“, che ha ripercorso, assieme al direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci e lo studioso Heinrich Pfeiffer, l’evoluzione dell’opera di Michelangelo. Riallacciandosi alle scene del film “Il Tormento e l’Estasi“, la prima parte della puntata si è dedicata totalmente alla storia ed all’interpretazione della Cappella Sistina, alle vicende che condizionarono l’opera successiva di Michelangelo ed al fascino che da sempre essa esercita sui turisti di tutto il mondo.

http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html#day=2012-10-26&ch=2&v=154035&vd=2012-10-26&vc=2

La volta della Cappella Sistina rispecchia in qualche modo il carattere di Michelangelo: è in qualche modo prepotente, burbera, accentra in sé tutta l’attenzione del visitatore. Tuttavia, non è mai abbastanza potente da distogliere il visitatore dal grandioso Giudizio Universale dell’abside: forse ancor più delle fasce del soffitto, il Giudizio Universale rappresenta la sintesi dello studio e delle letture di Michelangelo, che in esso inserì riferimenti alla Divina Commedia di Dante, critica e sarcasmo verso la sua attualità (si pensi ai ritratti di Pietro Aretino nei panni di San Bartolomeo e di Biagio da Cesena nella figura di Minosse), infine voglia di sottolineare quanto l’uomo, in tutte le sue forme, possa essere un eccellente messaggero, un angelo nel senso greco del termine (dal verbo angéllo, “annunciare”), per tutto ciò che vogliamo comunicare. Non c’è paesaggio nel Giudizio Universale, quel poco di “sfondo” nel senso tecnico del termine viene esaurito nella volta; non c’è modo reale di differenziare i beati dagli angeli, poiché tutti si muovono e nessuno ha le ali. Come Antonio Paolucci ha affermato, Michelangelo non era interessato al panorama o a collocare nel tempo il Giudizio Universale: l’intera scena si svolge in un fantastico cielo, popolato solamente da uomini. Michelangelo crea dal nulla un’umanità talvolta paradisiaca talvolta agghiacciante, sempre grandiosa e sempre realistica: il volo degli angeli, che si avvicinano alla stupenda figura atletica di Cristo, non avviene grazie alle ali, poiché ancora una volta è sufficiente il corpo umano per trasmettere qualsiasi messaggio. La grandezza divina, nonché umana, non ha bisogno di ali per essere compresa.

La domanda che spesso ci si pone in questo momento storico e che conclude la prima parte della puntata di “Voyager” è: a cosa serve l’arte? In questo momento storico di crisi, economica come umana, crisi dei valori e rivoluzione di molti dei nostri costumi, a cosa ci può servire l’arte?

Se si dovesse dar retta ad Oscar Wilde, con il suo art for art’s sake (ovvero, “l’arte per il piacere dell’arte”), l’arte non dovrebbe servire a nulla, ma sarebbe solo un mezzo di comunicazione fine a se stesso. Eppure, come si può affermare che la Cappella Sistina viva per se stessa? I suoi personaggi, più che essere entità lontane ed incompatibili con noi, accolgono il visitatore, quasi lo assalgono, come altrettanti bambini turbolenti. Sembrano parlare col visitatore ed invitarlo ad avvicinarsi, a vedere con i suoi occhi quali e quante meraviglie hanno da mostrargli; in questo senso, come afferma Antonio Paolucci, l’arte serve a consolarsi da ciò che spesso della vita non piace, a fantasticare su ciò che l’artista potrebbe averci voluto dire, a risollevarci grazie alla sua bellezza ed a riflettere su noi stessi. Nessuno, probabilmente, ci ha mai dedicato un’opera d’arte né dipinto un ritratto: eppure, la Cappella Sistina sembra riflettere sulla storia e sul destino di ognuno di noi. Per concludere, potremmo dunque dire che oggi, 31 ottobre 2012, non dovremmo tanto festeggiare Halloween o riflettere sui 500 anni di storia della Cappella Sistina: dovremmo piuttosto organizzare una gigantesca festa di compleanno! Per quanto strano possa apparire, oggi anche noi festeggiamo 500 anni con la Cappella Sistina. Con lei, in lei, ci siamo anche noi.

Bellezza del Rinascimento e bellezza attuale a confronto

Discostiamoci per un attimo (ma non troppo!) dalla riflessione tecnica su Michelangelo e cominciamo a pensare agli stereotipi che si riferiscono e si sono riferiti alle sue opere. Il più famoso di tutti, nato quasi contemporaneamente alle opere di Michelangelo, è quello riguardante la straordinaria muscolosità delle figure che egli dipinge o delle sue statue: è già l’amico Pietro Aretino a criticare le scelte raffigurative di Michelangelo, soprattutto nel Giudizio Universale, dove la possente figura di Cristo veniva considerata troppo muscolosa per applicarsi ad un personaggio sacro. Non considerando la critica teorica e religiosa di Pietro Aretino, come consideriamo noi, osservatori moderni, le figure che Michelangelo dipinge? Sono davvero così poco “poetiche”, come riteneva Pietro Aretino, o hanno proprio per questa loro peculiarità un’eleganza innata?

La risposta (sempre approssimativa e personale, sarà bene ricordarlo), va ricercata nell’evoluzione dei canoni di bellezza nella storia, un settore che, nonostante ciò che sempre si pensa, non ha riguardato storicamente solo le donne, ma anche il concetto di bellezza negli uomini. Le donne che Michelangelo raffigura rispondono ai canoni di bellezza antichi, secondo cui una donna era veramente bella se formosa, anche molto in carne, poiché a questa caratteristica si ricollegava lo stato di ottima salute nonché una buona possibilità di sopravvivere ad eventuali gravidanze; nel corso del tempo, gli stilemi di bellezza femminili si sono evoluti anche in senso opposto, quando modelli di bellezza come Audrey Hepburn hanno lanciato il modello della donna magrissima e per questo estremamente elegante.

Nel caso degli uomini, il problema diviene meno semplice da risolvere: storia, arte e persino riviste di moda ci hanno abituati a guardare ai modelli femminili come ad una evoluzione interminabile, sempre oscillante tra donne magrissime e donne molto formose. Il primo a definire un canone di bellezza maschile fu lo scultore greco Policleto, che nel suo trattato Canone, definisce quali debbano essere le misure fisiche ideali per gli uomini: nelle sue sculture, Policleto scolpisce l’uomo ideale, quello le cui misure fisiche si attestano nella media e che dunque è un esempio vivente di perfette proporzioni matematiche. Nel Medioevo il concetto di bellezza viene automaticamente connesso al Male e dunque tutte le figure, sia maschili sia femminili, vengono vestite con lunghe ed ampie tuniche, che ne annullano la fisicità. E’ dunque con il Rinascimento che il corpo umano e la sua bellezza tornano ad essere considerati come un elemento prezioso: le donne tornano a rispondere ai canoni di armonia e morbidezza enunciati sopra, mentre gli uomini divengono sempre meno eterei, sottolineando una muscolosità che diventa tratto caratteristico.

Gli antichi Romani avevano coniato un interessante detto, che recita de gustibus non disputandum est, ovvero “dei gusti non bisogna discutere”: il consiglio degli antichi Romani si applica bene anche al caso di questo articolo, in cui risulta evidente che i canoni di bellezza rispondono alle nostre idee ed alle nostre sensazioni. Ciò che comunque è evidente è il fatto che anche per gli uomini, i modelli di bellezza si sono enormemente modificati: se nella storia è la discussione sulla bellezza femminile a dominare la scena, è evidente che anche i canoni di bellezza maschili hanno subito le prepotenze del tempo. Giganti muscolosi si sono alternati con velocità spaventosa a figure esili e sottili e la loro alternanza ha seguito l’alternarsi delle epoche storiche: mentre il Rinascimento, ovvero l’epoca che in questo caso interessa, prediligeva uomini muscolosi e possenti, le evoluzioni degli ultimi tempi hanno riportato in auge un modello di uomo molto magro e tenebroso, in questo senso, quasi “vampiresco”.

Gli uomini del Rinascimento e, soprattutto, gli uomini di Michelangelo, sono uomini sani, possenti, il cui aspetto fisico trasmette ideali di forza e protezione. L’uomo dell’arte rinascimentale non è etereo, non si riallaccia alle ultime mode: è un uomo che non ha idea né forse voglia di piacere, quanto di mostrare al mondo quanta sia la forza che un uomo riesce a possedere ed a gestire. Naturalmente le esigenze moderne e rinascimentali sono molto diverse, così diverse che nella Roma rinascimentale un uomo magrissimo ed ombroso non sarebbe certo stato additato come sex symbol, ma respinto con un certo timore. Perché, dunque, nonostante tutti i cambiamenti storici, gli uomini che Michelangelo raffigura continuano ad affascinare?

Gli uomini di Michelangelo non rispondono ad alcuna moda, il loro punto di riferimento è proprio il sovracitato Policleto: sono degli uomini in cui è l’armonia a prevalere, il cui messaggio verso un ipotetico pubblico femminile è di protezione. Tenendo sempre presente che i gusti sono questioni eminentemente personali, nell’arte hanno statisticamente riscosso maggior apprezzamento uomini e donne con una corporeità molto evidente, le cui doti mentali ed intellettive si rispecchiavano nella loro bellezza fisica. Michelangelo rappresentava simili donne e uomini per far intendere quanto il corpo umano sia un fattore importante, che può condizionarci molto più di ciò che crediamo.

Negli ultimi tempi, si alternano nella nostra televisione modelli maschili molto muscolosi o quasi trasparenti: ciò che in entrambi manca e che, probabilmente, Michelangelo avrebbe subito riscontrato, è proprio l’armonia. Né il primo né il secondo modello sono armonici, poiché nel primo è unicamente l’elemento fisico a prevalere, mentre nel secondo la fisicità risulta annullata. Perché un modello di bellezza risulti vincente, l’unica regola d’oro da seguire qui è l’armonia delle proporzioni di Policleto. A prescindere da quanto ben vestiti o dal fascino inquietante del loro sguardo, l’uomo vincente in questo contesto è quello armonioso, che raccoglie in sé bellezza esteriore ed interiore, quello per cui la bellezza non è fattore fondamentale se non per ignorarla con eleganza. Per una volta, solo per stavolta, lasciamo dunque da parte le interminabili riflessioni sulla bellezza e permettiamo a queste gigantesche figure di sovrastarci, di farci per qualche tempo dimenticare l’importanza maniacale che riserviamo alla bellezza e di farci proteggere dalla loro ombra.

Roma nel Rinascimento

Se si parla di Michelangelo a Roma, sarebbe interessante capire come si presentasse Roma nel periodo in cui Michelangelo visse qui. Per farsi un’idea orientativa della città, bisogna per prima cosa ripercorrerne la storia.

Roma è una città dalla storia urbanistica molto particolare: il celebre fatto di essere stata costruita su sette colli e su una base tufacea, ad esempio, ha condizionato moltissimo il suo sviluppo urbanistico, molto più sregolato di quello di altre città. Quando gli antichi Romani cominciarono ad espandere la propria cultura e la propria capitale, esportarono il loro comodo e famosissimo stile urbanistico a scacchiera (rintracciabile ancora oggi in moltissime città, come per esempio Aosta) e si guardarono molto bene dall’applicarlo nella loro città: Roma si era già espansa e sarebbe risultato complesso per chiunque modificarne la struttura e crearne una nuova. Con l’avanzare dei secoli, la crescita urbanistica di Roma divenne sempre meno controllabile ed anche per questo motivo si cominciarono a costruire le prime cinte murarie; all’arrivo dei barbari, comunque, nessuna cinta muraria sarà in grado di sostenere Roma.

Si è sempre dibattuto sul perché l’Impero Romano (e Roma per conseguenza) siano crollate con tanta facilità agli attacchi dei barbari: in questa sede, si potrà ricordare che Roma ed il suo impero erano diventate estremamente vaste e quindi sempre più difficili da controllare. Al momento delle invasioni barbariche, Roma inaugura un declino che la caratterizzerà per secoli: la città perde la sua predominanza politica e diviene unicamente città santa, meta indiscussa di pellegrinaggi e ruberie di vario genere, come quella, citata da Corrado Augias nel volume I Segreti di Romaattuata da Carlo Magno. Una volta incoronato, l’Imperatore del Sacro Romano Impero partì da Roma seguito da numerosissimi carri, pieni all’orlo di vestigia dell’antico splendore romano, che avrebbero fatto degna mostra di sé nella nuova reggia di Aquisgrana. La paura divenne inevitabilmente sentimento predominante dell’epoca e, a Roma, si esplicitò nella costruzione di moltissime torri, simbolo di controllo e dimora delle famiglie più agiate, che dal loro elevato (in ogni senso) punto di vista, potevano garantirsi da attacchi e furti.

 

Nel Rinascimento, la sensazione di terrore lasciò lentamente il posto alla volontà del papato di rendere nuovamente Roma  caput mundi: all’elezione di Giuliano della Rovere come Papa Giulio II, Roma divenne obiettivo di campagne di abbellimento ed innovazione, guidate dai vari pontefici che si susseguirono e dall’abilità architettonica degli artisti presenti a Roma.

Eccoci dunque al punto: il famigerato incontro tra Michelangelo e Roma non è decisamente dei migliori, poiché Michelangelo considera la città troppo caotica e centro di troppe questioni di potere. La città che Michelangelo vive ha perso parte della sua inquietante connotazione medievale, si è molto ristretta nei propri confini e ha perso l’antico assetto imperiale: secondo la ricostruzione di Irving Stone ne Il Tormento e l’Estasi (1961), Michelangelo prese la sua prima dimora a Roma verso l’odierno porto di Ripetta, da dove poteva accogliere i blocchi di marmo in arrivo, per via fluviale, da Carrara. Tralasciando le opinioni personali di Michelangelo, la Roma rinascimentale somigliava moltissimo ad una signora in convalescenza: dopo aver trascorso un glorioso periodo di infanzia e gioventù, era stata colpita da tragici cataclismi della prima età adulta, per riaversene solo dopo alcuni secoli di buio. Il XV secolo e l’inizio del Rinascimento, non le avevano ancora restituito appieno lo splendore dei bei tempi andati: la crescita demografica registrata nel Rinascimento fu sintomo non solo di crescente benessere, ma anche causa di una sregolata espansione urbanistica per la quale, ad esempio, le case venivano costruite l’una affiancata all’altra, appoggiate ad un muro di sostegno che nella maggior parte dei casi poteva vantare un’illustre origine di domus romana.

La città che Michelangelo impara a conoscere è caotica, distrutta in una batter d’occhio e ricostruita in fretta e furia, con nuove meravigliose chiese ma con fatiscenti impianti per l’igiene. Questa duplicità della città di Roma, sempre oscillante tra la gloria incontrastata ed la miseria, rimase segno caratteristico della città ancora per molti secoli dopo Michelangelo: ad ogni modo, l’intervento dell’artista, che non apprezzava Roma e continuava a rimpiangere la piccola e ben gestita Firenze, risultò fondamentale per Roma (per ulteriori riferimenti si veda la pagina  ARCHITETTURA) e per il suo successivo sviluppo.

Per concludere, si potrà dunque dire, con una buona dose di fantasia ed ironia, che la Roma del Rinascimento non si discostava poi tanto dalla città che conosciamo: era caotica proprio come lo è ora, anche se, ai tempi, chi faceva baccano erano i carri e non le automobili; era disordinata, anche se l’attuale sistema di nettezza urbana ha decisamente contribuito a renderla più vivibile; si espandeva in ogni direzione, persino verso l’alto, anche se chi nel Rinascimento svettava nel cielo turchino erano le torri e non i palazzi; non era bella come la conosciamo, ma il suo aspetto leggermente confusionario e dimesso fu una base fondamentale su cui lavorare e matrice di ciò che oggi viviamo.