Le donne di Michelangelo

Leggendo questo titolo si potrebbe pensare ad un articolo sulle presunte o reali storie d’amore che Michelangelo ebbe nella sua vita… niente di tutto questo! Analizziamo invece un aspetto, a mio parere, più affascinante: come vedeva Michelangelo le donne? E soprattutto, come risultavano le donne nelle sue opere?

Anzitutto, va specificato che Michelangelo perse la madre in tenerissima età e fu affidato alle cure di una balia, moglie di uno scalpellino di Settignano, che lo crebbe insieme ai suoi figli. Con il maturare dell’età e del suo interesse per l’arte, Michelangelo si sentì sempre più vicino alla figura di Maria, forse sentendo in lei la madre naturale che non aveva avuto. La raffigurazione che Michelangelo sceglie per Maria è quanto mai variabile: mentre nella Sacra Famiglia del Tondo Doni egli la raffigura come una donna muscolosa e dall’aspetto sano, la Maria della Pietà Vaticana è una ragazza esile e dai tratti morbidi dell’adolescenza. La figura femminile della Pietà Vaticana, a dispetto della grandiosa innovazione nella scelta di raffigurarla molto giovane, si attiene tutto sommato agli “standard” delle raffigurazioni mariane: le figure femminili sacre, con particolare riguardo a Maria, venivano sempre raffigurate come altrettante fate eteree, sedute immobili al proprio posto e molto concentrate nel proprio ruolo; tutto considerato, si trattava di bellissime principesse (tanto che, infatti, gli storici dell’arte tedeschi alludono a queste figure con il termine schöne Madonnenovvero “belle Madonne”), il cui tempo e spazio erano stati congelati. Bellissime, eleganti, maestose. Ma passive.

Le donne che Michelangelo raffigura, a partire dalla Madonna del Tondo Doni, negano totalmente questa passività: nel Tondo Doni, Maria non è seduta in posizione composta sul suo trono ordinario. Michelangelo la raffigura seduta per terra, con le braccia scoperte e nell’atto di afferrare Gesù Bambino, che le viene porto da Giuseppe, alle sue spalle. Michelangelo sceglie anche per Gesù un atteggiamento molto più naturale rispetto a quello scelto da altri artisti: mentre Maria si sporge all’indietro per prenderlo in braccio, Gesù si avvicina a lei, muovendo le gambe e toccandole i capelli. Nessuna raffigurazione, prima di allora, aveva visto un rapporto così materno e naturale tra Cristo e Sua madre: non solo, nessuna raffigurazione aveva mai scoperto le braccia e le caviglie di Maria. Inizialmente, i committenti dell’opera non ne furono entusiasti poiché, come afferma Vasari, consideravano la figura di Maria così semplice e poco consona da assomigliare ad una contadina. Pur tenendo presente la profonda ammirazione che anche i contemporanei nutrivano verso Michelangelo, è bene ricordare che moltissime furono le critiche che gli vennero rivolte, quando raffigurava delle donne. Se dunque Michelangelo veniva così aspramente criticato per ogni donna che dipingeva o scolpiva, non avrebbe fatto meglio a rientrare negli standard delle raffigurazioni femminili? Perché sceglieva di raffigurare le donne in quel modo?

Le donne di Michelangelo, che siano Madonne o Sibille della Cappella Sistina, vengono sempre ritratte come donne dall’aspetto possente, muscoloso, che incarnano la forza mentale quanto fisica. Una donna, nella concezione di Michelangelo, non è mai una figura eterea che galleggia nell’aria, intenta a guardarsi intorno; è meno principessa delle sue sorelle contemporanee e quattrocentesche, ma sicuramente più realistica. Non perde i suoi tratti femminili, le donne di Michelangelo rimangono donne a tutti gli effetti: la vera differenza, l’elemento aggiuntivo delle sue raffigurazioni, è l’incarnare nelle donne una forza che fino ad allora era sembrata esclusivo appannaggio degli uomini.

D’altronde, pensiamoci: le abitudini di cavalleria che fino agli inizi del Novecento erano così naturali e piacevoli, recavano nel profondo il pensiero secondo cui la donna fosse una creatura troppo fragile ed evanescente per compiere qualsivoglia attività, anche scendere da sola da una carrozza. E’ chiaro che tutte queste piccole attenzioni rappresentavano la normalità ed erano un piacere per la donna, poiché la mettevano al centro di premure affettuose e rispettose: un uomo cavaliere infatti, quando aiutava una donna a salire in carrozza o le cedeva il passo uscendo, le mostrava un profondo rispetto, ma anche una lieve superiorità. Negli ultimi tempi, sarebbe forse il caso che alcune delle antiche abitudini di cavalleria venissero rispolverate e condite da una sana dose di buon senso nell’adoperarle: sembrerebbe che, a seguito dell’emancipazione femminile, nessuna donna dovrebbe avvertire più il bisogno di essere trattata con cortesia e, perché no?!, anche con un po’ di galanteria. La forza che le donne hanno dimostrato di possedere negli ultimi anni e che hanno riversato sugli uomini come un torrente non nega la loro necessità di essere trattate con garbo né il piacere che provano quando un uomo cede loro il passo davanti alla porta: la forza delle donne è un elemento che troppi uomini, nella storia, hanno trascurato, ma che il nostro Michelangelo, avanzato persino in questo, aveva colto già da tempo.

Con una buona dose di fantasia, possiamo immaginare che le donne di Michelangelo avrebbero sicuramente accettato con gioia le cortesie che si usavano alle donne nell’Ottocento: il loro atteggiamento, tuttavia, avrebbe letteralmente parlato agli uomini, in un codice che avrebbe escluso qualsiasi debolezza mentale o fisica. Michelangelo considerava le donne (e Maria in primis) delle creature molto forti, in grado di sopportare eventi tragici conservando quel tanto di lucidità bastevole a non farle crollare in ginocchio; le considerava creature intelligenti, in grado, come le Sibille, di gestire informazioni e messaggi superiori.

Non conosciamo fino in fondo i rapporti che Michelangelo ebbe con le donne in carne ed ossa: è comunque chiaro, dalle sue opere, che Michelangelo nutrì per loro rispetto, amore ed ammirazione, dei tratti che, in termini ottocenteschi ed attuali, lo avrebbero reso un discreto conoscitore delle donne e soprattutto un buon cavaliere. Le sue donne non poterono, possono né potranno mai capire di che messaggio sono latrici: ma se fossero state donne reali ed avessero conosciuto quel burbero ed innamorato artista che le osservava con tanta attenzione, probabilmente non avrebbero rifiutato le sue cortesie. Facendogli presente (con fare molto emancipato, ammettiamolo) con garbo che qualsiasi donna è in grado di compiere molteplici attività al pari degli uomini e che qualsiasi donna è felice e lusingata se trattata con galanteria, si sarebbero messe sotto braccio a lui con un sorriso. Per l’educazione, il rispetto, l’ammirazione ed infine, come piaceva a Michelangelo, la forza, non c’è mai epoca.

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Un po’ di gossip… quanto basta!

Se si parla di Michelangelo, l’immediato pensiero corre alla Cappella Sistina, al Mosè, alla Pietà, ad una gran quantità di opere che hanno coperto ottant’anni di vita…. ma chi era Michelangelo???

Questa è una domanda che spesso non ci si pone, dando per scontato che le opere di una artista bastino da sole a parlare di lui. Mi sono avvicinata alla storia dell’arte ed a Michelangelo per curiosità, per averne anch’io ammirate le opere, per aver sentito parlare di lui; ma in anni di studio e grazie anche ai miei insegnanti, ho capito che conoscere bene un artista (o qualunque autore) senza conoscerne la vita è pura illusione. D’altronde, però, è anche vero che qui si parla di irrealtà, che con le illusioni hanno molto in comune…!

Detto questo, vorrei fare un gioco: immaginare Michelangelo non come l’artista ed il genio, ma come bambino, ragazzo, uomo… chissà che questo non ci aiuti meglio a capirlo, a capire le sue scelte e, perché no?!, a capire meglio le sue opere.

Michelangelo nasce a Caprese, un paesino toscano vicino Arezzo, il 6 marzo 1475: chiunque fosse appassionato d’astrologia, noterà che Michelangelo nacque sotto il segno dei Pesci, particolare simpatico in quanto si dice che chi nasce sotto questo segno abbia una spiccata propensione artistica… e Michelangelo sembra essere qui per ribadirlo! 🙂 La sua famiglia era fiorentina, relativamente benestante ed il padre era stato nominato podestà di Caprese; purtroppo, poco dopo la nascita di Michelangelo (secondogenito di cinque figli), la famiglia attraversò una grave crisi economica e fu costretta a tornare a Firenze, per la precisione a Settignano. Questo piccolo centro nella provincia fiorentina è particolarmente importante nella vita di Michelangelo, poiché qui egli viene affidato ad una balia.

 

In questo momento, le ricostruzioni biografiche di Vasari e la più moderna di Irving Stone ci vengono enormemente in aiuto per ricostruire uno scenario altrimenti nebuloso: la famiglia a cui Michelangelo viene affidato, dopo la morte della mamma, è composta da scalpellini. Michelangelo vive a contatto con altri bambini ed il padre (marito della sua balia) inizia ad affidare anche a lui pezzi di pietra serena (tipo di pietra di cui Firenze è quasi totalmente costruita) da scolpire e da decorare. E’ lo stesso Michelangelo ad affermare di essere cresciuto con latte impastato con la polvere di marmo; tuttavia, sappiamo bene che senza un terreno fertile come base, non sarebbero bastati tutti i marmi del mondo per fare di un bambino uno scultore!

Michelangelo ha talento, appare subito chiaro a tutti, tranne a suo padre, che nel corso della vita riverserà sul figlio solamente aspettative finanziarie, senza mai rendersi conto di chi fosse veramente suo figlio. Appassionato di disegno e di scultura, con mani esperte come quelle di un adulto nel corpo di un ragazzino, Michelangelo si reca a bottega insieme all’amico Francesco Granacci presso il Ghirlandaio, in quel momento uno dei maggiori artisti legati ai Medici.

L’apprendistato di Michelangelo è tortuoso e noto e poiché qui interessa notare l’aspetto principalmente umano dell’artista, soprassiederemo alle opere che egli realizza per parlare invece di chi incontrerà. Oltre all’amico che lo ha introdotto nell’ambiente, Michelangelo si trova circondato da ragazzi di ogni tipo, con ogni carattere e con diversi gradi di talento; il nostro artista in boccio non è uno sbruffone, anzi ha un temperamento piuttosto meditabondo e schivo, ma, come dice Vasari, ha la peculiarità di prendere in giro coloro che non gli vanno a genio. Una caratteristica in sé e per sé non così riprovevole, anzi piuttosto comune a molti ragazzi: purtroppo però, il “normale” carattere di Michelangelo si scontra con quello impetuoso di Pietro Torrigiano, un ragazzo che in seguito divenne scultore di buon livello ed accomunato a Michelangelo dall’ambizione. Durante un litigio, Michelangelo viene colpito dal Torrigiano sul naso: un pugno così forte da rompergli il naso ed alterargli per sempre il volto.

Dalle notizie raccolte nei secoli, sappiamo che per quanto Michelangelo coltivasse ideali di bellezza, egli per primo non fu bello; il pugno ricevuto da ragazzo contribuì a deturpare il suo viso ed il suo carattere, un po’ burbero, permaloso e chiuso quanto bastava, non aiutarono chi lo circondò ad avere vita facile. Ciò non toglie, comunque, che Michelangelo ebbe anche amici (per i quali valse l’inossidabile regola del “pochi ma buoni”): primo fra tutti Francesco Granacci, amico fin dall’infanzia; seguendo la ricostruzione di Irving Stone, Contessina, la figlia minore di Lorenzo il Magnifico; i vari artisti che nel tempo lo attorniarono, tra cui Daniele da Volterra (che verrà incaricato della vestizione dei nudi del Giudizio Universale e per questo si guadagnerà il soprannome di Braghettone) e Tommaso de’ Cavalieri; infine Vittoria Colonna, nobildonna romana a cui Michelangelo dedicherà vari sonetti e con la quale svilupperà un’amicizia molto profonda.

Se si volesse trattare un altro dei complicati rapporti (complicati tanto quanto lo fu lo stesso artista) che Michelangelo ebbe negli anni, non si può non accennare a Papa Giulio II, al secolo Giuliano della Rovere; grazie anche alla ricostruzione cinematografica del romanzo Il Tormento e l’Estasi di Irving Stone ed ai numerosi riferimenti fornitici da Vasari, sappiamo che il rapporto con l’impetuoso papa furono sempre burrascosi, a volte persino violenti (memorabile la bastonata sulla schiena che Michelangelo ricevette per essere intervenuto, non invitato e per giunta lamentandosi di non essere stato pagato, in un consiglio tra papa e vescovi), ma soprattutto basati sulla velata stima  reciproca.

Michelangelo fu un uomo profondamente religioso, che coltivò poche amicizie e sempre con una certa difficoltà, sempre rapito e distratto dall’amore per il proprio lavoro, costretto a trascurare i suoi simili e nel contempo non dimenticandoli mai, perché troppo orgoglioso di essere come loro; la religiosità diventa in Michelangelo strumento di esaltazione della grandiosità umana, una grandezza che egli non riuscirà mai a raggiungere fisicamente, ma che supererà e realizzarà con il potere di immaginazione e mente. Il volto deturpato dal pugno e la poca prestanza fisica contribuiscono a chiudere sempre più i fragili confini dell’autostima di Michelangelo ed a renderlo scontroso, difficile da avvicinare, ma sempre prezioso per chi infine riusciva ad essergli vicino.

Questo tratto del carattere di Michelangelo contribuisce a farcelo sentire molto più vicino, perché insieme a lui percepiamo la paura del confronto, il timore di venire rifiutati, la tentazione di barricarsi dietro un aspetto duro per schivare le sofferenze. In questo momento, non stiamo più parlando dell’artista della Cappella Sistina, bensì dell’uomo timido e leggermente spaventato, un uomo che se fosse qui con noi, circonderemmo con un grande abbraccio. Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo: considerare e parlare di Michelangelo come di un uomo qualunque, con le sue paure e con la sua storia. Non so se questo esperimento potrebbe risultare fastidioso od inopportuno: personalmente, ritengo che osservare l’arte da lontano senza pensare a chi l’ha creata e vissuta non contribuisce affatto a comprenderla ed amarla di più; immaginare una mano fermarsi sul marmo, stanca e rovinata, mi aiuta a capire il processo di creazione e l’amore che hanno prodotto l’opera che sto osservando, la fatica e l’abilità senza le quali quel blocco di marmo sarebbe rimasto un blocco di marmo.

E se ancora non si fosse contenti e si volesse accrescere la distanza che ora abbiamo diminuito, immaginate con me che l’abbraccio cui accennavamo prima sia creato da due braccia, chiamate CONSENSO e STIMA. Questo basterà per rassicurare il nostro timoroso Michelangelo: vi è un mondo intero che ama tanto lui quanto le sue opere; ed a chi non vuole essere incluso nel novero, possiamo solo dire… che non sa ciò che si perde!